Il piano di Meloni al vertice Nato con Trump: «Gelida? Di più». Il sospetto della trappola «come con Macron» e l’offerta sul petrolio in Libia

Giorgia Meloni arriva al vertice Nato ad Ankara con una linea irremovibile: ignorare le provocazioni di Donald Trump e non concedere altre repliche pubbliche. «Adesso basta. Non intendo tornarci sopra», ha detto la premier al suo staff dopo l’ultimo attacco social del presidente Usa, questa volta segnato da toni sessisti, come racconta Francesco Bechis sul Messaggero. In Turchia, la premier «non sarà gelida, di più», mormorano nel suo staff a Marco Galluzzo del Corriere della Sera. La richiesta di un «ordine restrittivo» contro la premier, paragonata a quella riservata agli stalker, resta ancora senza risposta. A parlare per conto del governo sarà solo il ministro della Difesa Guido Crosetto. Il vertice, per Roma, serve soprattutto a blindare gli obiettivi italiani, dal 2,8% del Pil già destinato alla Difesa fino alla richiesta di inserire nella dichiarazione finale una postura Nato che protegga anche il fianco Sud dell’Europa, non solo quello orientale.
Il tentativo di ricucire dalla Casa Bianca: «Era un complimento»
Mentre a Palazzo Chigi si predica il silenzio, da Washington filtra un segnale di distensione. Un alto funzionario dell’amministrazione Trump racconta a Paolo Mastrolilli di Repubblica che dentro la Casa Bianca c’è chi lavora per ricucire: «Dobbiamo assolutamente ricostruire il rapporto con Giorgia Meloni e ci stiamo lavorando. Il vertice Nato è l’occasione giusta, con qualche gesto formale, ma anche concreto». Non tutti però la pensano così: l’ala di Steve Bannon considera chiusa la partita con la premier italiana, accusata di «non essere mai stata davvero dalla loro parte» né un ponte reale tra Trump e l’Europa. La stessa fonte diplomatica avanza anche un’interpretazione singolare dell’ultimo post polemico del presidente, da leggere quasi come un complimento, «il modo del presidente di flirtare, rivendicare di essere attraente».
Il canale riservato tra Meloni e Jared Kushner
Accanto ai canali ufficiali resiste un dialogo più discreto. Meloni mantiene infatti un rapporto riservato e collaudato con Jared Kushner, genero di Trump e marito di Ivanka, ricostruisce il Corriere della Sera. Una consuetudine al confronto che va avanti da tempo e che, secondo il quotidiano, si sarebbe riattivata proprio a ridosso dell’ultimo scivolone social del presidente, permettendo alla premier di verificare che anche nello staff della Casa Bianca serpeggia irritazione per l’uscita del capo. Resta più complicato ricucire lo strappo personale, esploso dopo il video in cui Meloni rivendicava che «gli italiani e io stessa non imploriamo mai», risposta alle frasi di scherno arrivate dopo il G7 di Evian.
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Perché a Palazzo Chigi si teme un agguato ad Ankara
È proprio il timore di un nuovo colpo personale a tenere sulle spine la delegazione italiana. La Stampa racconta di uno staff al lavoro per evitare incontri imbarazzanti tra i due leader, tavoli separati durante la cena di stasera, distanze studiate durante il summit di domani, l’opposto di quanto accaduto al G7. Il vero nervosismo, scrive il quotidiano, riguarda però un’altra ipotesi sussurrata tra ministri e diplomatici: che Trump possa pubblicare, come già fatto con Emmanuel Macron, gli screenshot dei messaggi privati scambiati con Meloni. Anche perché quella foto della premier con il dito puntato sul presidente americano sarebbe rimasta tatuata nella memora di Trump. Un affronto che non dimentica, anche perché quell’immagine ha dato gioco facile ai suoi avversari per provocarne l’ego smisurato. Un’eventualità che il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari liquida parlando di «deliri», mentre la premier, interpellata in passato su un episodio simile riguardante Macron, aveva risposto: «Non mi pare un modo serio di affrontare la politica internazionale».

La Libia come possibile contropartita tra Roma e Washington
Tra i gesti concreti per ricomporre la frattura, la Repubblica indica proprio la Libia. Secondo l’alto funzionario Usa, Washington starebbe valutando di affidare a Italia e Turchia un ruolo guida per stabilizzare il Paese nordafricano e sfruttarne le risorse, anche per rassicurare Eni, che teme di restare tagliata fuori mentre compagnie come ConocoPhillips e Chevron si muovono già sul terreno libico. A lavorare sul dossier, per conto della Casa Bianca, sarebbe il consigliere per Africa e Medio Oriente Massad Boulos, suocero di Tiffany Trump, impegnato a favorire la nascita di un governo unitario a Tripoli. Una contropartita che, ammette la stessa fonte, dovrà fare i conti con l’ala più intransigente dell’amministrazione, quella che alla vigilia del summit ha già avvertito che senza un’accelerazione sul 5% del Pil in Difesa «ci saranno conseguenze» anche per l’Italia.

