Ultime notizie Caldo recordDonald TrumpFentanylMondiali 2026
ESTERIDonald TrumpGiorgia MeloniMemeNATOSpese militariUSA

Perché Trump ha insultato di nuovo Giorgia Meloni, la Nato come bancomat Usa e l’ultimo attacco prima del vertice. La reazione del governo

06 Luglio 2026 - 06:01 Giovanni Ruggiero
Giorgia Meloni e Donald Trump
Giorgia Meloni e Donald Trump
La sparata arrivata nella notte italiana dal presidente americano alla premier italiana. Lo «sconcerto» di palazzo Chigi sulle «follie dell'imperatore». La strategia della Casa Bianca secondo Politico su Nato e contratti con l'industria bellica Usa
Google Preferred Site

Donald Trump torna a colpire Giorgia Meloni con un meme su Truth che, tradotto, suona più o meno come «tenetemela lontana», a meno di 48 ore dal vertice Nato di Ankara che si apre martedì 7 luglio. È l’ennesimo affondo personale del presidente Usa contro la premier italiana, un attacco che Palazzo Chigi ha già derubricato a «provocazione» e a cui non intende dare seguito. Del resto, rincorrere Trump su questo terreno rischia di essere ancora una volta tempo perso, tanto più alla luce di quanto scrive Politico, che mette a fuoco quale sia davvero l’obiettivo del presidente americano dietro ai continui attacchi agli alleati della Nato più o meno scomposti.

Come ha risposto Palazzo Chigi al meme di Trump su Meloni

Il post finisce online poco dopo le 23 di domenica, e la prima reazione a Palazzo Chigi, racconta Simone Canettieri sul Corriere della Sera, è di puro sconcerto: un colpo a freddo che nessuno, nemmeno la diplomazia italiana, si aspettava. La linea, però, non cambia: «Non reagiremo a questa provocazione», trapela dal governo. Nella notte il ministro degli Esteri Antonio Tajani e la premier concordano la strategia, ignorare l’ennesimo affondo personale, così che l’agenda in vista di Ankara resti identica. Alcuni ministri, sentiti dal Corriere a microfoni spenti, non nascondono giudizi tutt’altro che lusinghieri sulla tenuta del presidente Usa, le cui uscite alcune fonti diplomatiche, citate da La Stampa, liquidano come «follie dell’imperatore». Resta il rammarico per il lavoro fatto in questi mesi anche dall’ambasciatore Tilman Fertitta, amico personale di Trump, che ora rischia di essere vanificato, mentre Meloni entra di fatto nel club dei leader europei già bersaglio degli attacchi della Casa Bianca, da Macron all’ormai dimissionario Starmer.

Cosa raffigura il meme e cosa era successo a Evian

Il meme incriminato arriva alle 22.51 di domenica, il giorno dopo i festeggiamenti per il 4 luglio: una foto di Trump di spalle al G7 di Evian, con Meloni di fronte in una posa quasi adorante, e la scritta sovrimpressa «Serve un ordine restrittivo». Il meme è assente dai giornali idealmente più vicini al governo, complice la chiusura redazionale ben prima della mezzanotte, tranne su Il Giornale, che relega il richiamo in prima a un box parecchio in basso. In ribattuta ci arrivano gli altri, a cominciare dal Messaggero che, con Ileana Sciarra, descrive un’immagine costruita apposta per il suo effetto virale, mentre Francesco Malfetano su La Stampa la traduce in un titolo ancora più diretto, «Deve stare lontano da me». Il precedente risale proprio a Evian, quando Trump aveva raccontato che la premier gli avesse fatto quasi pena nel tentativo, a suo dire, di ottenere uno scatto insieme, il celebre «mi ha supplicato» già smentito da Meloni con un video sui social: «Io e l’Italia non imploriamo mai». Difficile perfino stabilire, come nota Paola Di Caro sul Corriere, se nello scatto scelto da Trump la premier stia davvero guardando verso di lui.

Il post pubblicato su Truth dal presidente americano Donald Trump su Truth con un meme con la presidente del Consiglio Giogia Meloni che lo guarda: il tutto è accompagnato dalla didascalia «serve un ordine restrittivo».
Il post pubblicato su Truth dal presidente americano Donald Trump su Truth con un meme con la presidente del Consiglio Giogia Meloni che lo guarda: il tutto è accompagnato dalla didascalia «serve un ordine restrittivo».

Quanto spenderà l’Italia in difesa secondo i piani per Ankara

Al di là del meme, la partita più concreta riguarda i numeri che Roma porterà al vertice, e qui le cifre circolate in queste ore non coincidono del tutto. Secondo Tommaso Ciriaco su Repubblica, il governo fisserà al 2028 un obiettivo del 3,4% del Pil in spese militari, per un totale di 19 miliardi in più in due anni, 0,25-0,3% nel 2027 e 0,55-0,65% nel 2028. Una versione diversa arriva da Francesco Malfetano su La Stampa, che parla invece di cifre più contenute, circa 17-18 miliardi, con lo 0,3% nel 2027 e il doppio l’anno successivo, cifre che al momento risulterebbero «disconosciute» da Palazzo Chigi. Resta comunque un fatto: la traiettoria fissata in precedenza dal Documento programmatico di finanza pubblica, con incrementi dello 0,15% nel 2026 e nel 2027 e dello 0,2% nel 2028, è già stata disattesa, complice la mancata chiusura della procedura Ue per deficit eccessivo.

Cosa ha detto Crosetto sul vertice e sulle spese militari

Trump vorrebbe che il traguardo del 5% del Pil, concordato per il 2035, venga centrato molto prima. Anche il segretario generale della Nato Mark Rutte insiste sullo stesso punto, avvertendo che la sfida ora non è più promettere ma consegnare: «un anno fa si trattava solo di promesse, quest’anno si tratta di consegna», cioè di risultati concreti, come riporta il Corriere della Sera. Il ministro della Difesa Guido Crosetto prova comunque a blindare il vertice: «Ankara è stata costruita perché tutto funzioni, gli impegni saranno rispettati e ogni Paese si presenta avendo fatto la sua parte», ha detto alla manifestazione Pantelleria Mediterraneo d’autore, aggiungendo che «quello che farà Trump lo vedremo» e prevedendo un summit breve, «tre o quattro ore». Verso l’esecutivo di cui fa parte, però, non fa sconti: «Se tu vuoi far parte di questa alleanza devi rispettare gli impegni presi». Sullo sfondo restano le altre tensioni della vigilia, dalla telefonata di un’ora e mezza tra Trump e Putin, con la promessa del tycoon di tornare a mediare su Kiev, fino all’avvertimento del portavoce del Cremlino Dmitry Peskov alla Polonia, accusata di produrre droni diretti in Ucraina: «Varsavia rifletta sulla propria sicurezza».

Perché per Politico la Nato è diventata un bancomat per Trump

A spiegare cosa si nasconda davvero dietro l’ossessione di Trump per il portafoglio della Nato ci pensa Politico, in un’inchiesta firmata da Paul McLeary e Stefanie Bolzen. Il presidente Usa, scrivono i due, ha rimodellato un’alleanza costruita su valori democratici condivisi trasformandola in qualcosa che gli somiglia molto di più, un’azienda. L’obiettivo è spingere gli alleati a investire sempre più in armamenti made in Usa, anche a costo di derubricare in secondo piano i dossier sull’allargamento del Patto e sulla difesa del fianco orientale contro la Russia. Non a caso lo stesso Trump accusa apertamente gli alleati, Italia compresa, di comportarsi da «scrocconi» che scaricano su Washington il peso economico dell’Alleanza. «L’Europa dipende ancora dagli Stati Uniti, e non conviene cercare scontri», ammette un diplomatico europeo citato da Politico, «ma dobbiamo far capire a Washington, con fermezza, che anche i nostri interessi contano». L’ambasciatore Usa alla Nato, Matt Whitaker, parla di quasi 120 miliardi di dollari impegnati dagli alleati nell’ultimo anno, metà dei quali in equipaggiamento americano, un risultato definito solo «un buon inizio» rispetto ai 90 miliardi annunciati un anno prima.

Cos’è il Purl, il piano Usa per far comprare armi agli alleati

Il meccanismo al centro di tutto si chiama Purl, lo schema ideato da Trump insieme a Rutte per convincere gli alleati a comprare armi statunitensi da destinare all’Ucraina. Ad Ankara, scrive ancora Politico, Trump tornerà a concentrarsi proprio sull’entità della spesa europea per le forniture militari made in Usa, rischiando di lasciare in secondo piano l’allargamento della Nato e la difesa del fianco orientale. Tra i pochi Paesi a non aver ancora aderito al Purl ci sono, insieme all’Italia, anche Francia e Regno Unito. A rendere il quadro ancora più teso, le parole del segretario alla Difesa Pete Hegseth, che ha definito la Nato poco più di una «tigre di carta», legata a una «codipendenza malsana» dalle forze Usa, chiedendo all’Alleanza di tornare a essere «un’alleanza militare vera, capace di deterrenza sul continente».

leggi anche