Ultime notizie Caldo recordColombiaImmigrazioneSigfrido Ranucci
POLITICACommissione UEDanimarcaGiorgia MeloniGoverno MeloniGroenlandiaImmigrazione

Meloni-Frederiksen, la storia della strana amicizia con la premier danese: dai rimpatri ai «valori europei», passando per la Groenlandia

10 Agosto 2026 - 20:12 Roberta Brodini
la strana amicizia tra meloni e Frederiksen
la strana amicizia tra meloni e Frederiksen
Una conservatrice, l'altra socialista, ma unite dalla stessa visione su migranti e difesa dei «valori europei»: la storia dell'asse tra Giorgia Meloni e Mette Frederiksen
Google Preferred Site

È notizia di stamattina la lettera congiunta firmata da Giorgia Meloni e dalla premier danese, Mette Frederiksen, ultimo capitolo di un asse tutto al femminile tra Italia e Danimarca. Guai, però, a considerarlo un sodalizio dell’ultima ora: il rapporto tra le due leader affonda infatti le radici nei primi mesi del governo Meloni. Un’intesa che, a prima vista, potrebbe sembrare tutt’altro che naturale vedendo, da una parte, una leader conservatrice e, dall’altra, una socialista. Nei fatti, però, due traiettorie che si sono avvicinate spesso quando si parla di controllo delle frontiere, asilo e rimpatri.

L’intesa tra Meloni e Frederiksen sui temi migratori

Il rapporto con Mette Frederiksen risale ai primi Consigli europei ai quali Meloni partecipò, a pochi mesi dal suo insediamento a Palazzo Chigi. La premier italiana arrivò a Bruxelles con una posizione già definita sul dossier migratorio, chiedendo maggiore corresponsabilità europea nella gestione dei flussi e soluzioni strutturali per ridurre la pressione sulle frontiere esterne. Il terreno comune con Frederiksen emerse rapidamente: la premier danese era infatti già impegnata nella ricerca di una politica migratoria più restrittiva, fondata sul rafforzamento dei rimpatri e sulla cooperazione con i Paesi terzi. La prima tappa pubblica del rapporto bilaterale arrivò poi nell’aprile 2023, quando Frederiksen venne a Roma per incontrare Meloni.

La lettera dei 15 e le «soluzioni innovative»

Un passo fondamentale compiuto fianco a fianco in Europa fu la firma, nel maggio del 2024, della lettera dei 15, un documento promosso dalla Danimarca mentre erano ancora in corso i lavori sul nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, approvato nello stesso mese e divenuto applicabile dal giugno 2026. L’iniziativa raccolse l’adesione dell’Italia, con la firma del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, e di altri Stati membri.

Il documento chiedeva alla Commissione europea di esplorare «soluzioni innovative» per rendere più efficace la gestione della migrazione irregolare attraverso una maggiore cooperazione con i Paesi terzi. Tre i principali filoni: nuovi modelli per la gestione congiunta delle operazioni di ricerca e soccorso (SAR), un quadro giuridico per svolgere in Paesi terzi le procedure legate ai rimpatri, attraverso i cosiddetti return hubs, e l’individuazione di Paesi terzi sicuri nei quali svolgere, in tutto o in parte, le procedure di asilo.

L’allargamento dell’asse: dalle «soluzioni innovative» alla CEDU

Da quel primo nucleo di Stati, il testimone passò progressivamente all’Italia che, nell’ottobre 2024, insieme a Mette Frederiksen e al primo ministro olandese Dick Schoof, promosse a Bruxelles una prima riunione informale sulle «soluzioni innovative». A partecipare furono anche Austria, Cipro, Grecia, Malta, Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia e Ungheria. In quella sede Meloni presentò l’intesa tra Italia e Albania, mentre la discussione si concentrò sul concetto di Paese terzo sicuro, sulla collaborazione lungo le rotte migratorie, sulla cooperazione con UNHCR e OIM per i rimpatri volontari assistiti e sui return hubs.

Un ulteriore passo che rafforzò l’impegno congiunto tra Meloni e Frederiksen era arrivato nel maggio 2025, quando le due leader portarono in Consiglio d’Europa una lettera firmata da nove Paesi. Il testo proponeva di aprire un confronto sull’interpretazione da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo dei principi sanciti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo – risalenti agli anni ’50 – ritenuti da alcuni governi non più adeguati ad affrontare le nuove sfide in materia di migrazione, in particolare per quanto riguarda l’espulsione di stranieri condannati e la sicurezza.

La lettera dei 22: un nuovo fronte europeo

L’ultimo passaggio è poi arrivato nei primi giorni di agosto 2026, sull’onda della crisi migratoria di Ceuta, con una lettera promossa ancora una volta da Italia e Danimarca e sottoscritta da 22 governi europei, indirizzata ai vertici Ue. Tra le assenze più significative, quelle della Spagna di Pedro Sánchez e della Francia di Emmanuel Macron, insieme a Portogallo, Lussemburgo e Irlanda. I firmatari chiedevano una riunione straordinaria dei ministri dell’Interno e un rafforzamento della capacità europea di proteggere le frontiere esterne.

Il linguaggio della missiva segnala un’evidente evoluzione del dossier: i 22 governi parlano infatti di «massicci attraversamenti incontrollati», di «strumentalizzazione della migrazione» e di possibili minacce ibride, chiedendo anche maggiore sostegno a Frontex e una più stretta cooperazione con il Marocco. Si sdoganava così definitivamente una lettura della migrazione non più legata solo ad asili e rimpatri, ma anche come possibile strumento di pressione geopolitica e di guerra ibrida.

Sulla Groenlandia, i limiti della convergenza

Se l’amicizia politica avesse un termometro, le temperature tra Roma e Copenaghen potrebbero aver conosciuto il loro momento più tiepido nel gennaio 2026, quando Donald Trump rilanciò le proprie rivendicazioni sulla Groenlandia. Meloni in quel caso si trovò a dover bilanciare la difesa di un alleato europeo con il rapporto strategico con Washington. Il 6 gennaio, la premier italiana sottoscrisse insieme Frederiksen e ad altri leader europei una dichiarazione che affermava che «la Groenlandia appartiene alla sua popolazione» e che spetta esclusivamente a Danimarca e Groenlandia decidere sul proprio futuro.

Nei giorni successivi, però, Meloni scelse si adottare un tono più prudente, mitigando le intenzioni americane: «Io non credo nell’ipotesi che gli Usa avviino un’azione militare sulla Groenlandia, che non condividerei» e «che non converrebbe a nessuno», aveva dichiarato. In quell’occasione, aveva descritto l’amministrazione Trump come impegnata nell’uso di «metodi molto assertivi», sostanzialmente con lo scopo di porre «l’attenzione sulla importanza strategica della Groenlandia per suoi interessi e per la sua sicurezza». Un messaggio che non prendeva quindi del tutto le parti della Danimarca, mostrando forse i limiti di una collaborazione per certi versi selettiva, per quanto il gesto di Meloni pare essere stato molto apprezzato dalla premier danese.

Il nuovo fronte comune: la difesa della cultura europea

Per capire dove stia andando oggi l’intesa Meloni-Frederiksen, bisogna guardare al terreno sul quale le due leader sembrano voler spostare il dibattito: non più soltanto sicurezza delle frontiere e gestione dei flussi, ma anche difesa della cultura europea. La lettera contiene infatti riferimenti al «rispetto delle nostre leggi» che «deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei», ma anche un monito a chi non intendesse adeguarsi alla nuova linea: «Ci aspettiamo che chi arriva nei nostri Paesi e sceglie di fare dell’Europa la propria casa, rispetti i nostri valori e non cerchi di imporci modelli di vita che non condividiamo».

Se quindi finora il terreno comune tra Roma e Copenaghen era stato soprattutto quello della gestione dell’immigrazione, il nuovo appello sembra attribuire al tema una valenza più ampia: l’immigrazione come potenziale sfida alla coesione, all’identità culturale europea e al suo patrimonio culturale cristiano. Un indirizzo quindi che, di questi tempi, sembra strizzare l’occhio più a un principio di assimilazione che a quello di integrazione, sulla falsa riga di partiti italiani più schierati sulla questione, a partire da Lega e Futuro Nazionale, con il rischio di suscitare nuove polemiche.