La battaglia dell’Emilia: qualche conto e qualche previsione a tre mesi da un voto decisivo

di OPEN

Dopo il voto in Umbria, infatti, è chiaro che la maggioranza di governo non si può permettere un altro colpo

Sarà la madre di tutte le battaglie regionali. 26 gennaio 2020, 4 milioni di elettori dell’Emilia Romagna sceglieranno il loro governatore e eleggeranno il nuovo consiglio. Ma in qualche modo decideranno anche un pezzo del futuro politico nazionale.

Dopo il voto in Umbria, infatti, è chiaro che la maggioranza di governo non si può permettere un altro colpo, a cui potrebbe non sopravvivere. L’Emilia Romagna è la “regione rossa” per eccellenza. Fu lì, a tre quarti dell’Ottocento, che le battaglie sociali culminarono nella scelta di far nascere il primo embrione di partito dei lavoratori, con la storica lettera “Agli amici di Romagna” di Andrea Costa.

Ma questa adesso sembra archeologia. Detta brutalmente, ora che Luigi Di Maio ha annunciato che non ci saranno più alleanze elettorali M5sPd come quella di ben scarso successo in terra umbra, la parte favorita per la vittoria alle regionali emiliane è il centrodestra a trazione salviniana.

Lo dicono degli indicatori solidi, non le impressioni o gli stati d’animo che scaldano la cronaca politica ma contano ben poco per analizzare le condizioni reali. Intanto la fase elettorale che il paese sta attraversando: guardate questo grafico di You Trend. Indica la lista più votata nelle elezioni appena celebrate.

Fonte: YouTrend | La lista più votata per ogni comune nelle elezioni regionali dell’Umbria

La Lega è pressoché ovunque il primo partito, con una adesione che testimonia il mix tra trend d’opinione e risultato della massiccia campagna personale, comune per comune, di Matteo Salvini. Nel computo totale la Lega in Umbria ha staccato di 15 punti il Pd e di trenta il M5s. Se le due forze di governo, come oggi tutto lascia capire, abbandoneranno in Emilia l’esperimento della scelta convergente sul nome del governatore, per l’uscente Bonaccini sarà durissima.

Il perché lo spiega l’analisi dei risultati più vicini, quelli delle europee del 26 maggio, cinque mesi fa. La prima lista per numero di voti fu quella della Lega, col 33,77%, con Forza Italia al 5,87% e Fratelli d’Italia al 4,66%. Il totale del centrodestra fu quindi del 44,30%.

Dall’altra parte il Pd ottenne il 31,24%, +Europa il 3,56%, Europa verde il 2,93% e la Sinistra l’1,87%. Totale 39,60%. Il Movimento 5 stelle prese il 12,89%: se si facesse l’accordo come in Umbria la partita parrebbe incerta, e anzi l’asse giallorosso sarebbe in vantaggio.

Ma intanto il M5s, a differenza che in Umbria, dove fu scelta una figura neutra della società civile, a Bologna avrebbe dovuto appoggiare il candidato ufficiale del Pd, e cioè Bonaccini, e la cosa non sarebbe stata né scontata né indolore. E poi i contraccolpi del voto umbro, e le dichiarazioni di queste ore, fanno capire che il massimo aiuto possibile potrà essere una desistenza pentastellata verso Bonaccini, senza neppure l’ombra di una campagna elettorale di sostegno.

Il risultato è che a 90 giorni dal voto, con il centrodestra che sembra tutto ricompattato dietro alla candidatura di Lucia Borgonzoni, il rischio di una nuova sconfitta per le forze della maggioranza nazionale sembra tangibile. Ma in quel caso proprio il governo potrebbe essere alla fine la vittima delle regionali emiliane.

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