Il dizionario dell’Eurogruppo: su cosa discute l’Ue per gestire l’emergenza Coronavirus

Mes light, Eurobond, Bei, SURE: quali sono le parole chiave per comprendere le mosse fiscali europee messe in campo contro la crisi da Coronavirus

A undici giorni dal fallimentare incontro del 26 marzo, l’Eurogruppo torna a riunirsi per trovare gli strumenti finanziari adeguati a fronteggiare la crisi economica provocata dalla pandemia da Coronavirus. Il presidente Mário Centeno lo ha definito «il pacchetto più ampio e ambizioso che l’Eurogruppo abbia mai preparato», ma di concreto c’è ancora ben poco. Secondo le stime, serviranno misure da circa 1.500 miliardi di euro, ma i vari Paesi sono ancora divisi su posizioni quasi opposte.


C’è chi, come Italia e Spagna, chiede aiuti straordinari e soluzioni in comune, che non lascino ai singoli Paesi l’onere futuro dei debiti e delle scadenze. E c’è chi, come Germania e Olanda (la cui posizione è stata definita «ripugnante» dal primo ministro portoghese Antonio Costa), rimane su una linea rigida basata su aiuti e responsabilità individuali.

L’obiettivo dell’incontro di oggi è anche quello di evitare un secondo slittamento delle decisioni (a quel punto se ne riparlerebbe dopo Pasqua). L’ipotesi nulla di fatto resta comunque un’opzione tutt’altro che assurda: nel frattempo, proviamo a fare chiarezza tra i termini che abitano la giungla di proposte e controproposte in discussione in Ue.

Che cos’è il “Mes light”?

Il Meccanismo europeo di stabilità, meglio conosciuto come Mes, è in questo momento il grande spauracchio dell’Italia. La rappresentazione plastica dell’austerity. Nella sua versione classica, si tratta di un piano di aiuti economici definito tramite un memorandum d’intesa tra l’Ue e lo Stato membro che riceve i sussidi. È un patto vincolante, che costringe il Paese aiutato ad accettare determinate condizioni e a sottostare a verifiche periodiche del rispetto degli accordi.

Nella sua versione light, che è uno dei pilastri della proposta messa a punto da Francia e Germania, gli aiuti verrebbero erogati solo per coprire i danni causati dal Coronavirus e il patto verrebbe “alleggerito” dal punto di vista delle condizioni (cioè dell’austerità nei confronti del raggiungimento del bilancio). Ma mentre il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni l’ha definito «uno strumento utile», l’Italia resta compatta per il no. Anche perché il rischio sgambetto è dietro l’angolo: il ministro delle Finanze olandese Wopke Hoekstra ha già messo in chiaro la sua posizione, che «non esiste un Mes senza condizioni».

Che cos’è SURE?

SURE è il secondo punto del piano concordato tra Francia e Germania sottoposto oggi alla valutazione dell’Eurogruppo. Si tratta di un fondo di sostegno temporaneo, ribattezzato la “cassa integrazione europea”, messo a punto dalla Commissione a sostegno dei lavoratori. Il suo valore è di 100 miliardi di euro.

L’obiettivo è quello di «attenuare i rischi di disoccupazione» provocati dai lockdown e dalla pandemia più in generale, prestando ai singoli Stati dei soldi per la messa in cassa integrazione dei dipendenti. Si partirà da 25 miliardi di euro di garanzie, sulla base delle quali la Commissione potrà emettere i bond (e quindi i prestiti). Il punto cruciale in discussione all’Eurogruppo è se questi 25 miliardi proverranno dal bilancio europeo o dai singoli Stati.

Che cos’è il Coronabond?

«Mes no, ma Eurobond sicuramente sì», aveva detto Giuseppe Conte nella sua ultima conferenza stampa. Alla fine, però, gli Eurobond (chiamati in questo caso anche Coronabond) non sono stati inseriti nell’ordine del giorno della riunione. L’idea degli Eurobond si era fatta largo già nel 2011 in chiave anti-austerità, e ieri come oggi è stata fortemente ostacolata dalla Germania e dagli altri Paesi del Nord Europa.

In breve, gli Eurobond rappresenterebbero nuove emissioni di debito (cioè prestiti) rivolte all’Unione europea nel suo insieme: si tratterebbe quindi di mettere in comune il debito tra più Paesi. I fondi verrebbero indirizzati ai Paesi più in difficoltà, ma a saldarli ci penserebbe l’Unione intera. Un meccanismo che presupporrebbe una politica fiscale comune – che però non si è mai realizzata.

In teoria, i soldi dei prestiti verrebbero destinati sia alle spese sanitarie dei Paesi colpiti (dalla ricerca scientifica fino ai macchinari, passando per la costruzione di ospedali e all’acquisto di mascherine, guanti e camici), sia agli interventi per rilanciare l’economia nel suo insieme dopo il periodo di lockdown. Non potrebbero essere erogati dalla Bce, perché non può prestare direttamente i soldi ai singoli Governi, ma dalla Banca europea per gli investimenti.

Che cos’è la Banca europea per gli investimenti (BEI)?

La Banca europea per gli investimenti (Bei) è l’ente che eroga finanziamenti ai singoli Stati per realizzare progetti di crescita nei vari Paesi (come, ad esempio, la costruzione di infrastrutture). Il potenziamento degli interventi della Bei in occasione dell’emergenza Coronavirus è il terzo pilastro del piano messo a punto da Francia e Germania. Per l’occasione emergenziale, il consiglio direttivo della Bei ha proposto all’Eurogruppo di aumentare la propria capacità di intervento nelle attività dei singoli Paesi, arrivando a erogare fondi fino a 200 miliardi di euro.

Gli interventi sarebbero a sostegno delle piccole e medie imprese, di Regioni e di organismi pubblici. Da dove verrebbero le risorse? Dagli azionisti stessi della Bei, e cioè dagli Stati membri dell’Unione. Si tratterebbe di un intervento graduale e sostenuto – ipoteticamente – anche dalle risorse destinate al Mes.

In copertina: foto del presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno dal profilo del suo portavoce https://twitter.com/ljrego

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