Una dose vale l’altra? Efficacia, richiami, costi, effetti collaterali: le differenze tra i vaccini anti-Covid

di Giada Giorgi

Alcuni vaccini sono migliori di altri? Se sì, è prevista la distribuzione di uno rispetto a un altro per le categorie più a rischio? Qualche risposta ai vostri dubbi

Le 930.678 persone che secondo la mappa del governo hanno ufficialmente ricevuto la prima dose di vaccino anti Covid, dal 12 gennaio hanno in corpo due formule diverse. Alle fiale di Pfizer si sono aggiunte infatti anche quelle di Moderna che, seppur in minima parte, risultano comunque sufficienti per una domanda a cui forse tra poco tutti dovremmo abituarci: “E tu, di che vaccino sei?”. «Io ho lo Pfizer», dirà tra qualche mese l’operatore sanitario all’over 60enne con (forse) il Johnson & Johnson già iniettato nel muscolo. Una specie di Ce l’ho, ce l’ho, mi manca che, per quanto possa sembrare secondario al fine (urgente) dell’immunità di gregge, in realtà pone la questione tutt’altro che irrilevante sul confronto fra vaccini. Alcuni saranno meglio? E se sì, sarà da prevedere la distribuzione di uno rispetto a un altro per le categorie più a rischio?


La battaglia dell’efficacia

Uno dei primi dati da considerare per il confronto tra vaccini è quello della percentuale di efficacia. Prima di poter fare un paragone ragionato su quello che ad oggi sappiamo con certezza, è bene chiarire che cosa intendiamo. Ascoltando la notizia dell’efficacia al 95% del vaccino Pfizer per esempio si potrebbe pensare che la formula protegga in condizioni normali 95 persone su 100. Ma la faccenda non è cosi semplice. I test clinici non possono per loro natura mostrare che cosa accadrà realmente tra la popolazione una volta che i vaccini saranno somministrati a milioni di individui. Quello di cui stiamo parlando è un’efficacia stimata che quindi dovrà essere verificata sul campo, iniezione per iniezione. Partendo da questo non secondario presupposto, il dato più preoccupante di tutti al momento è per Astrazeneca, che mette il vaccino di Oxford inevitabilmente in seconda fila rispetto agli unici altri due candidati autorizzati.

Astrazeneca

in attesa dei nuovi numeri sotto esame in queste ore dall’Ema, la percentuale di efficacia effettiva del vaccino di Oxford è del 62%. Appena il 12% in più rispetto alla soglia riconosciuta dall’Oms per l’autorizzazione di una formula candidata. È bene ribadire che il 62% è la reale percentuale che viene fuori dalla somministrazione di due dosi intere. Un dettaglio non secondario, considerate le ulteriori cifre di efficacia che hanno ruotato attorno al trial clinico di terza fase in queste ultime settimane. Prima della richiesta all’azienda di prove aggiuntive da parte di Ema, il primo trial aveva evidenziato un’efficacia al 90%, ottenuta però solo da una metà dose, somministrata per errore nel primo richiamo, e una dose piena nel secondo.

L’approvazione che si aspetta dall’ente regolatore europeo a fine gennaio dovrà fare chiarezza anche e soprattutto su quest’aspetto. E dare garanzia scientifica di quello che negli ultimi giorni è stato annunciato dallo stesso amministratore delegato di Astrazeneca, Pascal Soriot su una efficacia al 100%. Una vicenda che continua a far sorgere dubbi e che mette Astrazeneca in difficoltà di fronte alle percentuali con cui i vaccini Pfizer e Moderna sono stati messi in commercio.

Moderna

Ha dimostrato un’efficacia pari al 94,5% contro Covid-19, e al 100% nei casi severi. Lo studio di fase 3 è stato effettuato su 30 mila persone ed è risultato efficace e sicuro per una somministrazione su tutti i soggetti dai 18 anni in poi. Quest’ultima va riconosciuta come una condizione d’età più limitante rispetto alla formula Pfizer che invece ha possibilità di inoculazione dai 16 anni in poi.

Pfizer

Il vaccino attualmente in prima linea sull’efficacia è quello di Pfizer/BioNtech con il 95% di efficacia sugli adulti a partire dai 16 anni.

Sulla questione degli effetti collaterali, per adesso le due formule in commercio sembrano essere allineate: entità lieve e di breve durata. I sintomi riconosciuti in comune sono stati soprattutto gonfiore nel sito di iniezione, stanchezza, brividi e dolori muscolari. Ma la questione da affrontare sulla linea dell’efficacia è quella della seconda dose, un altro termine di confronto che andando avanti con la campagna sarà sempre più determinante.

Doppia dose VS monodose

Non ci sono ancora dati sulla intercambiabilità tra diversi vaccini, per cui chi l’1 di gennaio si è sottoposto alla prima dose di Pfizer, dovrà al momento ricevere il 21 di gennaio la seconda dose dello stesso identico vaccino. Qui per ora i paragoni si tengono su più fronti: il primo riguarda sicuramente il numero di giorni da attendere per la seconda iniezione. Nel caso di Pfizer l’efficacia media associata a una singola dose tocca il 90% dopo la somministrazione, la cosiddetta short-term efficacy, ma scende poi fino al 52,5% prima della seconda dose.

L’intervallo di confidenza rimane comunque ampio, compreso tra il 29,5% e il 68,4%, ma è di certo un valore che si allontana dal 94,8% che la formula iniettata è in grado di produrre 7 giorni dopo la somministrazione della seconda dose. Risulterà dunque determinante il numero di giorni da attendere per poter effettuare la seconda dose. In questo caso Pfizer si rivela migliore di Moderna con circa 1 settimana di scarto: 21 giorni contro 28 giorni.

Pfizer si mostra superiore anche riguardo ai tempi necessari per raggiungere l’immunità completa: se con Moderna ci si potrà considerare immuni dopo 2 settimane dalla seconda somministrazione, con Pfizer sarà necessaria 1 settimana soltanto. Una differenza che si conferma importante anche per il ruolo centrale della seconda dose. A questo proposito le ultime indicazioni dell’Agenzia italiana del farmaco sono state chiare: la seconda dose è fondamentale perché con la prima «si è immunizzati a metà». Un invito a non seguire le orme del Regno Unito che, alle prese con una curva di contagi in costante salita, ha preso la decisione di iniettare tutte le prime dosi, rinviando la somministrazione delle seconde.

Nella ‘Serie A’ dei monodose

L’altro fronte fondamentale è quello che riguarda proprio la necessità del secondo richiamo. Su questo aspetto i primi due vaccini autorizzati a livello europeo si allineano perfettamente, prevedendo entrambi un’efficacia immunitaria da raggiungere con una doppia iniezione. Stessa cosa varrà per Astrazeneca attualmente al vaglio: anche il vaccino di Oxford dovrà essere iniettato con due step differenti, insieme a tutte le difficoltà che al momento la modalità comporta – ritmi di consegna, precisione nelle forniture, immunità da raggiungere in più tempo. Nella “Serie A” dei monodose sono invece attualmente due i nomi candidati:

Johnson & Johnson

È il primo monodose annunciato in assoluto e che, secondo le ultime notizie, potrebbe presentare a fine gennaio i dati utili a Ema per la valutazione di un via libera in Europa. Per l’Italia rimane una fornitura determinante: 53,84 milioni accordate. La più ingente insieme a quella di Astrazeneca e che con la caratteristica della monodose potrebbe rivelarsi uno strumento di lotta non da poco. È per questo che l’uso del candidato vaccino statunitense sta già entrando nelle ipotesi di somministrazione alle categorie più in difficoltà come quelle dei senzatetto, che quindi non dovrebbe affrontare l’impegno, non poco complesso in questo caso, di un secondo richiamo. Il punto però starà negli altri termini di paragone: non ultimo l’efficacia. Dalla formula monodose ci si aspetta e si spera un’efficacia non minore di quella verificata per i primi due vaccini finora approvati.

Reithera

Si è aggiunto da poco alla rosa dei candidati monodose anche il vaccino di intera produzione italiana Reithera. Rispetto al trial clinico in fase 3 di Johnson & Johnson, si parla di una sperimentazione che ha fornito dati ad interim di sicurezza ed efficacia per la fase 1. In virtù di un’unica somministrazione prospettata fin da subito dal team italiano, e dalla potenziale produzione in casa, potrebbe risultare un’opportunità determinante per il Paese.

La guerra dei prezzi: il meno costoso sarà anche il meno valido?

Per l’acquisto di qualsiasi bene da dover effettuare, il costo si fa spesso criterio per valutare la qualità di quello che si sta comprando. I confronti tra i vaccini più onerosi e quelli che invece ci faranno risparmiare sono già partiti. La formula in assoluto più costosa con una spesa di 18 dollari a dose è quella dell’azienda statunitense Moderna. Riguardo l’efficacia assoluta, come già ricordato, la formula si mostra piuttosto alla pari con l’unico vaccino dello stesso tipo finora autorizzato: poco più di 1 punto percentuale di differenza rispetto allo Pfizer.

Le dosi più costose di Moderna si mostrano invece inferiori sui tempi del secondo richiamo (più lunghi, come spiegato sopra) e per il raggiungimento dell’immunità completa (2 settimane contro 1 di Pfizer). Due aspetti determinanti, come abbiamo visto, su cui il vaccino più costoso di tutti lascia a desiderare. Dove il prezzo alto invece viene giustificato è sicuramente nelle modalità di conservazione e diffusione.

La qualità di conservazione

A parità di avanguardia con Pfizer (tutti e due sono vaccini a mRna), Moderna offre una modalità di conservazione più agevole: è in grado di conservarsi in modalità standard di refrigerazione tra i 2°C e gli 8°C per 30 giorni. Con condizioni di trasporto e conservazione bisognose di – 20°C per circa 6 mesi. Numeri molto distanti dalle condizioni richieste dalle dosi Pfizer: – 70°C da dover mantenere fin da subito, con tutte le difficoltà logistiche che ne conseguono. Dai refrigeratori a disposizione nelle strutture sanitarie allo stesso trasporto in sicurezza. A parità di tecnologia scientifica utilizzata e a condizioni di conservazione e distribuzione differente, il prezzo di Pfizer, 12 euro a dose, va di pari passo di fatto con un servizio di minore efficienza.

Il vantaggio sul numero di dosi

Lo stesso confronto tra i due vaccini più simili è quello sul numero di dosi per fiala. Anche in questo caso Moderna, il più costoso, si rivela superiore. Rispetto alle 5/6 dosi Pfizer ricavabili da una singola fiala, per Moderna l’Agenzia italiana del farmaco parla di 10 dosi da 0,5 ml ognuna.

La qualità di somministrazione

Sugli strumenti da acquistare per permettere l’inoculazione, il più costoso Moderna è superiore: a differenza del vaccino Pfizer, bisognoso di una soluzione salina per essere diluito, il flaconcino multidose di Moderna, con 6,3 ml di vaccino, non richiede diluizione, presentandosi così già pronto all’uso. Un risparmio non indifferente, visti gli oltre 5 milioni di fiale di diluente salino acquistate dal Commissario all’emergenza Coronavirus Domenico Arcuri per la somministrazione dello Pfizer.

Astrazeneca al top classifica per costi convenienti

Buttando l’occhio sugli eventuali prossimi candidati vaccini in arrivo, almeno in termini di costi Astrazeneca farà meglio di tutti. Sarà quindi meno affidabile? Con 1,78 euro a dose, la formula di Oxford non può ritenersi un’avanguardia di sperimentazione come Moderna e Pfizer. E anche in termini di efficacia, come abbiamo già evidenziato, i dubbi non riescono ancora a placarsi. Ma il vaccino a vettore virale, con il suo costo minimo, presenterà dei vantaggi a livello di conservazione di gran lunga superiori sia a Pfizer che a Moderna. Può essere conservato, trasportato e manipolato alla normale temperatura di frigorifero, dai 2°C agli 8°C per almeno 6 mesi. La stessa temperatura con cui Moderna è in grado di resistere non più di 30 giorni. E Pfizer neanche un giorno.

L’incognita Curevac, supererà Pfizer e Moderna?

Il vaccino di CureVac, l’azienda tedesca che anche Trump tentò di acquistare, è un vaccino a mRna simile a quelli di Pfizer e di Moderna. Non sappiamo ancora molto sul trial clinico attualmente in fase 3, ma quello che l’azienda ha fatto sapere è che la formula avrà una stabilità di conservazione a temperature molto più elevate degli altri due. Un elemento che potrebbe così porre un valido concorrente ai due vaccini d’avanguardia finora approvati, che verrebbero così battuti su vantaggi logicistici di non poca importanza. E magari, si spera, anche per percentuali di efficacia. Il prezzo di Curevac dovrebbe aggirarsi intorno ai 10 euro, poco meno di Pfizer, quasi la metà di Moderna.

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Giada Giorgi