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Stiamo seguendo i numeri giusti? Come si dovrebbe calcolare la riapertura delle regioni

I parametri stabiliti per dividere l’Italia in zone colorate sono sufficienti?

Il sistema che vede le regioni italiane divise per zone colorate (bianca, gialla, arancione e rossa), per contrastare la diffusione del nuovo Coronavirus, con restrizioni crescenti, è stata spesso oggetto di critiche. Il problema di fondo potrebbe essere quello di dover conciliare l’emergenza sanitaria con le esigenze economiche. In fondo, anche gli ospedali per essere efficienti hanno bisogno di un sistema economico sano. Un altro punto critico è costituito dai 21 parametri stabiliti per decidere quando una determinata regione entra o esce da una certa zona colorata. Insomma, queste riaperture le stiamo stabilendo considerando i criteri giusti? Recentemente è tornato sul tema il fisico dell’Università di Trento Roberto Battiston.


I tre passi proposti da Battiston

Il Professore ed ex presidente dell’Agenzia spaziale italiana ha criticato in una intervista al Corriere della Sera, la troppa attenzione verso l’indice Rt (indice di trasmissione). «L’Italia ha più morti perché ci basiamo sull’Rt, si guardi invece il numero degli infetti per decidere sulle chiusure», ha affermato.


«Perché a differenza degli altri Paesi noi calcoliamo le chiusure e le riapertura delle varie regioni su parametri non esaustivi – continua il Professore – Quando si decide la chiusura o l’apertura delle regioni, qui in Italia lo facciamo basandoci sull’Rt, il parametro che stabilisce il grado di contagio del virus, e non teniamo in conto il numero degli infetti attivi […] In termini scientifici si definisce prevalenza. E dobbiamo tener conto che questa cifra nella prima ondata era sottostimata di almeno cinque-sei volte. In questa seconda ondata lo è di almeno due-tre volte».

Il primo passo secondo Battiston dovrebbe essere quello di tener conto della prevalenza, ovvero quanti sono i casi effettivi. Il secondo quello di determinare i nuovi casi, infine il numero di morti. Più o meno sono i parametri che abbiamo seguito anche noi nell’analizzare i grafici prima e dopo l’introduzione dei vari Dpcm, assieme al fisico Enrico D’Urso.

Rivedere i parametri

Oltre al valore Rt, sulle cui problematiche avevamo già trattato in precedenti articoli, Battiston auspica di rivedere i limiti finora adottati per decidere la chiusura della zona rossa.

«Io penso che si dovrebbe rivedere il limite che viene adottato per stabilire la chiusura della zona rossa – afferma Battiston – Oggi è di 250 nuovi infetti per settimana ogni 100 mila abitanti. È una cifra che non si può calcolare così a braccio, ma sicuramente dovrebbe essere inferiore. Noi addirittura abbiamo deciso che la zona bianca scatta quando il numero è inferiore a 50. Dovremo renderci conto che a 250 la situazione diventa esplosiva […] A settembre non dovevamo riaprire tutto senza prendere le precauzioni più elementari […] È stato detto già molte volte, oltre alla mascherina obbligatoria si sarebbe dovuto intervenire ad esempio subito sui mezzi pubblici».

I limiti dei parametri: l’esempio emblematico dell’indice Rt

Un caso emblematico è stato quello dell’Umbria, che si trovò nel maggio 2020 con un Rt molto più alto del solito, nonostante fosse una delle regioni meno colpite. Un caso analogo si verificò un mese prima anche in Germania. Diversamente da R0 (indice di riproduzione di base), che indica quanto SARS-CoV-2 possa diffondersi di base da un singolo infetto, con Rt misuriamo quanto questa capacità si riduca o aumenti a seconda della reazione di una popolazione colpita. 

Distanziamento sociale, dispositivi di protezione individuale e restrizioni come quelle stabilite nella divisione delle regioni in diverse zone, possono contribuire a ridurre Rt sotto 1. Tuttavia, se per esempio, improvvisamente l’indice passasse da 0,19 a 1, come avvenne in Umbria, non è detto che ci sia complessivamente una prevalenza direttamente proporzionale.

Similmente, nel luglio scorso si registrò in tutta Italia un Rt appena superiore a 1, generando una preoccupazione sproporzionata, anche nei titoli dei giornali. Leggiamo cosa riporta l’Istituto superiore di sanità in merito:

«L’indice di contagiosità non è una pagella ma un segnale da interpretare insieme agli altri dati. Relativamente ai valori di Rt in regioni come Umbria e Molise, che restano aree del Paese a bassa incidenza di infezioni da Covid-19, anche piccole oscillazioni nei numeri, dovute verosimilmente ad un aumento dei tamponi eseguiti, possono comportare variazioni in singoli parametri particolarmente sensibili quali appunto l’Rt. Tali variazioni possono, paradossalmente, essere la conseguenza di un miglioramento della copertura dei sistemi di sorveglianza».

In pratica l’aumento di Rt potrebbe semplicemente indicare un miglioramento nel saper individuare i positivi, tenuto conto di quanto sia incisivo il ruolo di asintomatici e presintomatici nella diffusione della Covid-19. Oltre alla quantità di tamponi e sistemi di sorveglianza, conta parecchio tener conto del fatto che non tutti hanno la stessa capacità di contagiare. C’è chi può adottare drasticamente le misure di distanziamento sociale, potendo lavorare da casa, chi invece deve fare il pendolare, eccetera. Tutti fattori che possono incidere in quelle piccole oscillazioni nei numeri, dando un contesto, senza il quale Rt non può essere pienamente compreso. 

Tastare il polso della pandemia

Un discorso analogo può essere fatto per buona parte degli altri parametri presi in considerazione. Il problema è complesso e può portare anche a presentare dei grafici ingannevoli, se pure inconsapevolmente, come mostrato in una recente analisi del Cicap nel gennaio scorso, riguardo ai dati presentati dal sito regione Lombardia. L’ideale, come sostenuto da Battiston, sarebbe invece quello di non perdere di vista quei numeri che ci danno il reale polso della situazione, e che non possono oscillare sensibilmente a causa di fattori di piccola entità: prevalenza, nuovi infetti e morti. 

Una soluzione, in grado di superare buona parte dei problemi, potrebbe essere quella proposta recentemente dal professor Enrico Bucci, di concerto con altri esperti, quella di istituire un nuovo lockdown, magari di un solo mese, durante il quale somministrare massicciamente le dosi di vaccino disponibili.

Foto di copertina: Ansa/Matteo Corner | Gente seduta ai tavolini da Cracco in galleria il lunedì mattina della riapertura dopo il lockdown a causa del coronavirus Covid-19, Milano 18 Maggio 2020.

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