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Assalto a Capitol Hill, dai QAnon ai fedelissimi di Trump: che fine ha fatto la galassia che sfidò la democrazia

Le rivolte del 6 gennaio potrebbero essere state il primo passo per un lungo processo che mette in crisi la democrazia degli Stati Uniti d’America

È passato un anno dall’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti d’America, attuato dai rivoltosi sostenitori dello sconfitto Donald Trump alle elezioni del novembre 2020, costringendo il Congresso a sospendere il conteggio dei voti del Collegio elettorale utile alla certificazione dell’elezione del nuovo presidente Joe Biden. Il bilancio è di 5 morti, tra questi l’agente di Polizia Brian Sicknick e la veterana Ashli Babbit, un’attivista QAnon. Ripercorriamo alcuni degli avvenimenti e i successivi sviluppi, con uno sguardo rivolto al prossimo futuro.


Gli arrestati, gli indagati e i condannati

Secondo quanto dichiarato al Senato dal direttore dell’FBI Christopher Wray, l’assalto a Capitol Hill è stato un atto di «terrorismo interno». Più di 700 persone, identificate anche grazie alle foto e i video diffusi all’epoca tramite i social, si ritrovano sotto accusa per i fatti del 6 gennaio. Secondo i dati forniti Wray, il conto degli arrestati al mese di marzo 2021 è di oltre 270 rivoltosi.


I più “fortunati” rischiano una pena massima di un anno di carcere e 100 mila dollari di multa. Più di 225 persone sono state accusate di aggressione e resistenza al pubblico ufficiale durante la rivolta. Ben 75 risultano accusati di aver agito armate di sostanze chimiche irritanti, tomahawk (un ascia da battaglia), balestre e armi da fuoco. Circa 275 di loro sono accusati per aver ostacolato il procedimento di certificazione elettorale e rischiano una pena massima di 20 anni di reclusione.

Robert Scott Palmer, l’uomo con il giubbotto a stelle e strisce che aveva aggredito degli agenti con un’asse di legno e un estintore, è l’unico ad aver subito una condanna di oltre 5 anni di carcere. Prima del pronunciamento della sentenza, Palmer aveva inviato una lettera scritta a mano al giudice chiedendo pietà e comprensione nei suoi confronti.

Di fronte alle evidenti responsabilità, sette persone si sono dichiarate colpevoli di aver aggredito e ostacolato le autorità. Cinque persone, appartenenti ai gruppi estremisti Oath Keepers e Proud Boys, si sono dichiarati colpevoli di cospirazione. A oggi sono 70 le persone condannate, di cui 30 patteggiamenti, ottenendo condanne da due mesi di libertà vigilata a cinque anni di carcere, così come sanzioni pecuniarie da 500 a 5000 dollari.

Militari ed ex agenti

Secondo quanto riportato da CBS News, circa 70 dei protagonisti accusati dell’assalto al Campidoglio erano veterani che avevano prestato servizio nel corpo dei Marines e dell’esercito americano. Almeno cinque, invece, risultavano attualmente in servizio nelle forze armate, uno in servizio attivo e i restanti quattro suddivisi tra la riserva e la guardia nazionale.

Altri 16, invece, erano ex agenti della polizia o in servizio al momento dell’assalto al Campidoglio. Tra questi c’era Kevin Tuck (soprannominato “HorizontalBlackPB“), arrestato dall’FBI all’interno del suo dipartimento di polizia. Un altro volto noto tra le forze dell’ordine è il 54enne Thomas Webster, sostenitore di Donald Trump e ufficiale della Polizia di New York, accusato di aver lanciato l’asta di una bandiera addosso a un suo collega del Campidoglio.

Il ricercato e la ricompensa da 100 mila dollari

La lista degli accusati e indagati potrebbe allungarsi grazie all’identificazione degli altri protagonisti dell’assalto. L’FBI sta cercando di rintracciare l’identità di otre 350 individui, in particolare un uomo sospettato di aver piazzato un ordigno nel parco presente nel perimetro esterno del Campidoglio.

Nel corso del 2021, l’FBI aveva pubblicato un nuovo video, dove l’uomo ricercato viene ripreso seduto su una panchina del parco, intento a usare il proprio smartphone, e una mappa che traccia il probabile tragitto percorso dall’uomo. I federali offrono una ricompensa di 100 mila dollari a chiunque fornisca informazioni utili per la sua identificazione.

Il ruolo e le falle della polizia

Più di 140 agenti rimasero gravemente feriti, riscontrando commozioni cerebrali e ossa rotte. Non solo danni fisici ma anche quelli a livello mentale e psicologico hanno costretto molti di loro a non riprendere il servizio nel breve termine. Quattro agenti morirono suicidi nei giorni e nei mesi successivi all’assalto.

Tre giorni prima dell’assalto, una comunicazione interna della polizia del Campidoglio avvertiva gli agenti della rischiosa presenza di estremisti e atti di violenza durante la data del 6 gennaio. La stessa intelligence, secondo i documenti ottenuti da Associated Press, erano consapevoli della eventuale minaccia che avrebbe preso di mira il Congresso. Nonostante tutto, le forze dell’ordine sono state letteralmente sopraffatte dai rivoltosi in netta superiorità numerica, secondo quanto dichiarato dall’allora capo della polizia ad interim Yogananda Pittman.

Un altra falla nel sistema di sorveglianza è quello relativo alla gestione degli agenti all’interno dell’edificio, abbandonati a loro stessi e senza una guida durante l’assalto. Di fatto, gli stessi agenti non erano sicuri della possibilità o meno di sparare contro la folla. Alcuni agenti, che mantengono l’anonimato, hanno riportato ad Associated Press la mancanza da parte dei vertici non solo del coordinamento durante l’attacco, ma anche durante il periodo precedente: nessuna riunione utile al coordinamento e alla pianificazione per le difese del Campidoglio, come avveniva invece per le operazioni di routine o per eventi pubblici di altro genere.

QAnon e Proud Boys

Jake Angeli (Jacob Anthony Angeli Chansley), il noto sciamano QAnon protagonista e simbolo degli eventi del 6 gennaio 2020, ha pagato a caro prezzo l’assalto al Campidoglio. Oltre a essere stato rinnegato dagli stessi membri della setta complottista, i quali lo hanno etichettato come infiltrato degli antifa appartenente al movimento Black Lives Metter, lo scorso settembre si è dichiarato colpevole (doc) ottenendo una pena pari a 41 mesi di carcere.

Tra i 94 imputati non c’erano soltanto i membri del gruppo complottista dei QAnon, ma anche appartenenti alle frange estremiste dei Proud Boys, degli Oath Keepers dei Three Percenters. Oltre alle denunce personali degli attivisti presenti durante l’assalto, gli stessi gruppi sono stati citati in giudizio dal procuratore generale Karl Racine facendo leva su una legge utilizzata in passato per perseguire il Ku Klux Klan con l’obiettivo di ottenere sanzioni pecuniarie per pagare i danni subiti alla città di Washington DC.

Uno dei membri del gruppo Proud Boys, Gabriel Garcia, trasmise l’assalto attraverso una diretta streaming dal proprio account Facebook. Parafrasando una citazione del film The Warriors, urlò davanti alla fotocamera un messaggio rivolto a Nancy Pelosi, l’eterna nemica di Donald Trump: «Nancy, come out and play!». Nonostante le evidenze, Garcia si è dichiarato non colpevole dalle accuse mosse contro di lui, sostenendo che non si riferiva affatto alla speaker della Camera. In un’intervista aveva dichiarato di aver detto solo “Nancy” e che questa poteva essere una qualunque “Nancy”.

Che fine hanno fatto i QAnon?

Tornando ai QAnon, questi non sono mai scomparsi dalla sfera trumpiana. Come avvenuto con Jake Angeli, i membri della setta complottista negano che ad assaltare il Campidoglio siano stati loro attivisti o sostenitori di Donald Trump. Non solo, a distanza di un anno continuano a diffondere articoli e notizie per sostenere l’esistenza dei brogli elettorali. Nel frattempo, la setta si è concentrata sul tema caldo del 2021, ossia i vaccini anti Covid-19, sfruttando attraverso numerose bufale la paura dei cittadini attirandoli verso la loro “verità”. C’è da dire che Trump ha recentemente dichiarato di aver ricevuto il booster, ma per i QAnon c’è sempre una narrativa di riserva: la Cabala sarebbe stata in possesso dei vaccini fin dal 2018 e secondo i piani doveva essere distribuito nel 2025 dopo anni di chiusure dittatoriali, ma l’allora Presidente Trump avrebbe forzato la mano garantendo al mondo le riaperture.

L’istigazione degli influencer trumpiani

Il 5 gennaio 2020, ai microfoni del programma War Room, Steve Bannon preparava i suoi seguaci illustrando loro la situazione che si sarebbe andata a creare il giorno successivo: «All hell is going to break loose tomorrow» («Domani si scatenerà l’inferno»). Il 6 gennaio, Bannon si trovava a Washington DC, in una suite del Willard Hotel a breve distanza dalla Casa Bianca.

Uno dei seguaci di Bannon noto come “Wildman”, nickname di Scott Fairlamb, si trasferì dal New Jersey alla Capitale per rispondere alla chiamata pronunciata nella War Room trumpista. Scott, che si era dichiarato colpevole di aver aggredito un ufficiale di Polizia durante l’assalto, aveva condiviso il video intervento di Bannon per poi scrivere queste parole poche ore prima della mischia sulla West Terrace del Campidoglio: «Fino a che punto sei disposto a spingerti per difendere la nostra Costituzione?».

Gli animi non si sono spenti a seguito dell’assalto e dei numerosi arresti. Henry Tarrio, leader dei Proud Boys, nel giugno del 2021 ha diffuso un messaggio via Telegram per alimentare l’odio, attraverso la leva razziale, basandosi sull’uccisione dell’attivista QAnon Ashli Babbitt. Il leader estremista sostenne che ad ucciderla fosse stato un agente afroamericano desideroso di giustiziare qualcuno: «This black man was waiting to execute someone on january 6th. He chose Ashli Babbitt».

La guerra dei social

L’esclusione da Facebook e Twitter di Donald Trump, così come quella di molti altri suoi seguaci accusati di istigazione alla violenza e diffusione di notizie false ritenute pericolose, ha spinto la necessità di creare alcune piattaforme alternative dove poter condurre la propria propaganda in maniera indisturbata. Sono apparsi social come Parler, altri preferirono Gab, mentre di recente a farla da padrona è il social dell’ex assistente di Donald Trump Jason Miller: Gettr.

Social che, tuttavia, non ottengono un risultato sperato, trovando consolazione attraverso i canali Telegram. Quest’ultima è risultata l’unica piattaforma capace di conquistare i seguaci delle teorie QAnon, dell’estrema destra e dell’ex Presidente americano, favorendo un terreno fertile per i complottisti ed hater seriali. Ambienti che però risultano monografici e dominati da temi politici o dell’antiscienza, incapaci di ottenere un risultato simile a quello dei colossi Facebook e Twitter, dove di fatto vengono travasati i contenuti di disinformazione provenienti dall’esterno.

Le posizioni della famiglia Trump

La figlia dell’ex Presidente Ivanka Trump, durante un’audizione della commissione parlamentare d’inchiesta sull’assalto al Congresso, avrebbe dichiarato di aver tentato di convincere il padre, per ben due volte, ad intervenire per fermare le violenze. Una dichiarazione che appoggerebbe le parole di Melania Trump, la quale si era dichiarata delusa e scoraggiata per quanto accaduto il 6 gennaio a Washington DC. A oggi, Ivanka e Donald Trump Jr. sono stati citati in giudizio dal procuratore generale di New York nell’ambito della causa civile.

Il silenzio dei fedelissimi e il piano per un colpo di Stato

Diversamente dalla famiglia dell’ex Presidente, il fedelissimo Steve Bannon si è rifiutato di testimoniare e verrà processato il prossimo 18 luglio 2022. Le indagini avrebbero scoperto che l’ex capo dello Staff di Trump, Mark Meadows, aveva inviato una email in cui assicurava che la Guardia Nazionale avrebbe protetto la «gente di Trump» in vista dell’assalto, complicando ancora di più la loro posizione.

La commissione del Congresso che indaga sulle vicende del 6 gennaio sarebbe in possesso di una email, ricevuta da Mark Meadwos, contenente una presentazione powerpoint intitolata Election fraudo, foreign interference & option for 6 Jan. Si tratterebbe di un piano per l’attuazione di un colpo di Stato basato sulla base di notizie infondate per accusare una forza straniera di interferenza e controllo del sistema elettorale americano. L’obiettivo finale era quello di sfruttare tali falsità per dichiarare l’emergenza nazionale e annullare l’intera votazione.

Lo spaccato elettorale e l’informazione

In un recente sondaggio NPR/Ipsos, condotto nel dicembre 2021, si rivela uno spaccato preoccupante nell’elettorato americano sia repubblicano che democratico, dove sette cittadini su dieci sostengono che il Paese sia in crisi e che rischierebbe di fallire. In merito ai fatti del 6 gennaio 2021, il 32% ritiene che ci sia stato un tentativo di colpo di stato, il 28% che si sia trattato di una rivolta fuori controllo, mentre un buon 17% sostiene che vi sia stata una sorta di complotto ordito dai democratici e dagli antifa per screditare Donald Trump.

In un servizio della CNN, il giornalista Donie O’Sullivan ha raccolto diverse testimonianze dai sostenitori di Donald Trump in merito ai fatti del 6 gennaio 2021. C’è chi sostiene che sia stata opera dei democratici o dell’FBI, che sia tutta una enorme bufala in quanto si dichiarano «persone molto pacifiche», ma soprattutto che le elezioni le avrebbe vinto Trump senza ombra di dubbio «avendolo dimostrato più volte». Secondo Donie O’Sullivan, questa estrema polarizzazione sarebbe il risultato della disinformazione diffusa dai media di estrema destra e attraverso l’uso dei social.

Secondo il sondaggio, il 22% della popolazione sostiene la teoria delle elezioni truccate. Ad esserne certi sarebbero il 54% dei cittadini americani che si affidano ai media conservatori e canali televisivi come Fox News. Risulta comprensibile quanto i sostenitori di Donald Trump preferiranno seguire i media da lui “approvati” rispetto ad altri, come ABC, CNN o PBS, che seguiranno invece gli eventi commemorativi del 6 gennaio organizzati dall’eterna nemica Nancy Pelosi, presidente della Camera, e dalla stessa Casa Bianca. In contemporanea, i suoi sostenitori preferiranno seguire Steve Bannon, l’ex stratega di Donald Trump, il quale avrebbe già preparato una serie di eventi in contrapposizione da mandare in onda attraverso i propri canali e piattaforme.

Diversamente da Bannon e di altri media di estrema destra, Donald Trump aveva annunciato una conferenza stampa in diretta dalla sua residenza a Mar-a-Lago, per poi annullarla ad appena due giorni dall’anniversario dell’assalto con la seguente motivazione: «Alla luce della faziosità e della disonestà della commissione d’inchiesta sul 6 gennaio, cancello la conferenza stampa in programma a Mar-a-Lago giovedì. È ormai chiaro a tutti che i media non riporteranno il fatto che Nancy Pelosi ha negato la richiesta per la Guardia Nazionale o per l’esercito a Capitol Hill. Parlerò di molti temi importanti nel mio comizio di sabato15 gennaio in Arizona»

A fornire un’ulteriore contestazione alla commemorazione del 6 gennaio è stato il leader repubblicano della Camera Kevin McCarthy, autore di una lettera rivolta ai parlamentari del suo stesso partito dove accusava i democratici di politicizzare l’intero evento.

La negazione e l’incrollabile teoria del complotto

Lo scorso 18 settembre, durante il raduno “Justice for J6” in favore degli imputati dell’assalto del 6 gennaio, il capitano Richard C. Patterson, ex ufficiale dei vigili del fuoco della città di New York, è diventato uno dei simboli della narrativa trumpiana delle elezioni americane e dei tragici eventi di inizio 2021. Secondo Petterson, che non era presente a Washington durante i fatti, non ci sarebbe stata alcuna rivolta violenta da parte dei manifestanti e che a dimostrarlo sarebbero i video dove gli agenti di Polizia avrebbero permesso loro di entrare indisturbati nel campidoglio. Di fatto, Petterson ignora le immagini degli scontri e i decessi avvenuti anche tra le file dei trumpiani.

Nel corso del 2021 non sono mancate le incrollabili teorie del complotto. Non avendo alcuna prova del broglio elettorale, a partire da inizio 2021 era circolata con prepotenza la vicenda del fantomatico satellite italiano che avrebbe manipolato il voto elettronico americano. Molti sono gli autori e principali diffusori di questa bizzarra vicenda nota come ItalyGate (o ItalyDidIt), che vede come protagonista anche la deputata italiana Sara Cunial, tra questi l’ex ufficiale ed ex analista di Fox News Thomas G. McInerney (venne cacciato da Fox nel 2018 per aver diffuso informazioni infondate su John McCain).

Lo spettro delle elezioni del 2024

Circa due terzi degli americani (65%) accettano il risultato elettorale del 2020, secondo quanto riportato dal sondaggio NPR/Ipsos. La metà degli intervistati è convinta che non ci siano stati brogli o che gli eventuali episodi fraudolenti non abbiano intaccato il risultato finale. Rimane quel 22% di popolazione americana che sostiene la teoria del grande broglio e del furto della vittoria ai danni di Donald Trump.

Nonostante una maggioranza dell’elettorato riconosca il risultato del 2020, il 64% degli intervistati è concorde sul fatto che la democrazia americana sia in crisi. Un sentimento bipartisan, condiviso dalla maggioranza dei tre principali schieramenti politici: primeggiano i repubblicani (79%) seguiti dai democratici (68%) e gli indipendenti (67%). Di questo passo, il rischio di una consolidata sfiducia nel processo democratico potrebbe comportare un sentito astensionismo nelle prossime elezioni del 2024: nel peggiore degli scenari, il presidente vincente risulterebbe di fatto perdente in quanto sostenuto da una minoranza del Paese.

Secondo Richard L. Hasen, professore di diritto e scienze politiche dell’Università della California, il rischio che la democrazia americana come la conosciamo possa finire nel 2024 è concreto, ma nessuno muoverebbe un dito per impedire che ciò avvenga. Al contrario, in alcune amministrazioni statali sono stati promossi controversi interventi legislativi in vista delle prossime elezioni che, secondo i democratici, limiterebbero il diritto di voto di molti cittadini americani. Nello Stato del Michigan, dove secondo i trumpiani sarebbero stati registrati dei brogli, sono state respinte quattro proposte di legge dei repubblicani che sostenevano la teoria del furto elettorale ai danni dell’ex Presidente.

La maggioranza dei repubblicani non ritiene che Donald Trump debba essere messo sotto accusa per la rivolta del 6 gennaio. Dei 10 repubblicani della Camera che hanno votato contro l’ex Presidente, due di questi hanno annunciato di non volersi presentare nelle prossime elezioni di medio termine. «Due in meno, ne mancano otto» ha dichiarato lo scorso ottobre un festante Trump nel venire a conoscenza della fuoriuscita dei due “traditori”.

Rischiamo di assistere a un secondo assalto come quello di Capitol Hill? Una preoccupazione comprensibile se si considera che secondo il sondaggio NPR/Ipso il 24% degli intervistati ritenga lecito l’uso della violenza per proteggere la democrazia o i valori americani. Secondo un sondaggio condotto nel giugno 2021 dai ricercatori universitari del Chicago Project on Security and Threats (CPOST), l’8% degli intervistati riteneva legittimo l’uso della violenza per riportare Donald Trump alla Casa Bianca. In un successivo sondaggio del novembre 2021, il 12% degli intervistati definiva “veri patrioti americani” cloro che potrebbero dover ricorrere alla violenza in favore dell’ex Presidente.

In un articolo pubblicato il 10 ottobre 2020 sul New York Post, l’opinionista Ross Douthah dubitava di un tentativo di colpo di Stato da parte dei trumpiani e che, seppur la minaccia dell’estrema destra fosse reale, le strade americane appartenevano all’estrema sinistra anti Trump. Non aveva considerato che l’estrema destra preferisse i palazzi piuttosto che le strade. Ecco perché l’intero fenomeno non va affatto sottovalutato: la narrativa dell’ex Presidente del grande broglio è ancora viva e vegeta.

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