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Perché l’algerino con 23 condanne è stato risarcito: «Un errore del governo Meloni»

19 Febbraio 2026 - 05:28 Alessandro D’Amato
giorgia meloni matteo piantedosi migrante algerino 23 condanne risarcimento perche governo meloni
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Il 56enne trasferito nel Cpr di Gjader in Albania ha ricevuto i 700 euro proprio a causa della scelta di portarlo fuori dall'Italia. Effettuata subito dopo il cambio del protocollo. In Italia non aveva ancora fatto la domanda d'asilo. E il giudice spiega: «Ho tutelato i suoi figli»

L’uomo dalle 23 condanne è stato risarcito per un errore del governo Meloni. Con lo scopo di vincere il referendum sulla riforma della giustizia Giorgia Meloni ha cominciato una campagna di attacchi ai magistrati. E nei giorni scorsi se l’è presa con il risarcimento di 700 euro a un cittadino algerino trasferito nel Cpr di Gjader in Albania. Redouane Laaleg, 56 anni, è in Italia dal 1995. Ha una compagna italiana, due figli minorenni, precedenti di polizia e due sentenze definitive per furto e lesioni. E di lui parla anche il giudice Corrado Bile, che ha emesso la sentenza: «Capisco che il fatto che si tratti di un migrante abbia sollecitato il dibattito politico ma la mia decisione riguarda i diritti fondamentali della persona di cui è titolare qualsiasi essere umano, delinquente o meno».

L’errore di Giorgia Meloni sul migrante algerino

Ma, spiega oggi Il Fatto Quotidiano, all’origine del caso del migrante algerino c’è proprio la premier, Perché la decisione di spedirlo in Albania invece di lasciarlo sul suolo italiano è stata del governo. Senza il costoso e inutile trasferimento non ci sarebbe stato il risarcimento. La storia comincia il 21 febbraio 2025, quando il prefetto di Cuneo ne decide l’espulsione e il questore dispone il suo trattenimento nel Cpr di Gradisca d’Isonzo. Tutto ok per il giudice di pace, che lo convalida visti i «gravi pregiudizi per reati contro il patrimonio e la persona». Lui non manifesta l’intenzione di fare domanda d’asilo. Ha un avvocato d’ufficio. Per la sua espulsione manca solo l’ok del consolato. Che l’anno scorso ne ha dati 26. Perché non dovrebbe toccare a lui, si chiede Franz Baraggino.

Il trasferimento in Albania

La risposta è semplice. Perché il cittadino algerino finisce in Albania. Nel centro che è rimasto vuoto dopo i rinvii alla Corte di giustizia. E infatti a marzo 2025 l’esecutivo modifica il Protocollo Italia-Albania per portare a Gjader anche gli stranieri attualmente trattenuti nei Cpr italiani. La scelta è politica: in quel momento il centro sembra una cattedrale nel deserto. Va riempito. Anche per legittimare le spese fatte per costruirlo e renderlo operativo. Da Gradisca Redouane Laaleg arriva a Gjader l’11 aprile e qui fa domanda d’asilo. Ma adesso il trattenimento in Albania diventa incompatibile con il nuovo status. Lo dice la direttiva Ue 32/2013: il richiedente ha diritto di attendere l’esito della domanda sul territorio dello Stato italiano. E infatti la Corte d’Appello di Roma non convalida il trattenimento.

Di chi è la colpa?

Quando la questura prova a trattenerlo almeno nel Cpr di Bari, il tribunale si deve allineare alla Corte d’Appello. Anche perché l’uomo ha figli minori, che attualmente sono affidati ai nonni ma sono anche impegnati in un percorso di riavvicinamento genitoriale. Per questo il giudice riconosce la lesione della vita privata e familiare. Che è tutelata dall’articolo 8 della Cedu. E liquida la cifra minima possibile rispetto alle richieste della difesa. La Stampa invece fa notare che appena 44 cittadini algerini sono tornati nel loro paese nel corso del 2024; nessuno nel 2025. Tra le condanne di Redouane ce n’è anche una per lesioni personali nei confronti di una donna. Undici le detenzioni da quando è in Italia, per 13 volte ha presentato false generalità ai controlli di polizia.

Le 23 condanne di Redouane

Nel 2001 il cittadino algerino è stato trattenuto al Cpr di Milano, nel 2003 a Ponte Galeria a Roma. Intanto nascono i suoi due figli, che oggi hanno 4 e 7 anni. Nel marzo 2023 il tribunale toglie a lui e alla madre la responsabilità genitoriale. I nonni materni si prendono in carico i figli. Dal 31 agosto 2024 al 23 febbraio 2025 finisce nel carcere di Cuneo. E telefona settimanalmente ai bambini. Quando arriva la notizia del trasferimento capisce che se vuole andare via da Gjader – dove rischia di restare infognato per 18 mesi, in attesa di un accompagnamento forzato in Algeria che non ci sarà – chiede la protezione internazionale. Sa che non sarà accettata. Ma questo ferma la procedura. Perché così dice la legge.

Il giudice Bile

Il giudice Bile invece oggi parla in un’intervista a Repubblica. Dice che vuole farlo «perché ho ricevuto un attacco personale. Sono stato accusato di decidere non secondo diritto e coscienza e di utilizzare il mio ruolo di giudice per osteggiare le politiche del governo. E, come magistrato, penso che i cittadini abbiano il diritto di sapere che io non ho nessun orientamento politico e, se lo avessi, non condizionerebbe i miei provvedimenti. Se così non fosse avrebbe ragione chi parla di una magistratura eversiva. Non posso che essere d’accordo con il presidente Mattarella quando parla di “rispetto vicendevole” tra le istituzioni. Le sue parole rinforzano il convincimento che il giudice deve fare il giudice e le sue decisioni non devono essere condizionate da valutazioni politiche».».

Toga rossa?

Bile dice che non è una “toga rossa”: «Certo che no. In quasi 30 anni ho scritto provvedimenti apprezzati o criticati da una parte e dall’altra. Sono stato all’ufficio legislativo del ministero della giustizia quando erano ministri Clemente Mastella, Luigi Scotti e Angelino Alfano. Sono stato consulente giuridico a Palazzo Chigi con il governo Berlusconi e con il governo Letta, svolgendo sempre un’attività squisitamente tecnica. E sono stato assistente di studio alla Consulta. Insomma un tecnico a prescindere». Non è nemmeno iscritto a correnti dell’Anm.

Il risarcimento

E sull’algerino spiega: «Non sono stato io a rimettere in libertà questa persona ma la Corte d’appello di Roma che non ha convalidato il suo trattenimento. E non mi sono mai espresso né sulla legittimità della sua permanenza in un Cpr né sulla sua espulsione».

Sul risarcimento «Ho valutato che un padre di famiglia, trasferito da una parte all’altra, ha diritto di sapere perché e di poter avvertire la sua famiglia, soprattutto quando occorre tutelare i diritti dei bambini. Quest’uomo, che stava in un Cpr in Italia, trasferito senza preavviso e motivazione, ha due figli minori italiani con una mamma italiana. Entra in gioco la tutela di un nucleo familiare con bimbi piccoli. C’è una sentenza del tribunale per i minori del Piemonte e Valle d’Aosta che ha previsto incontri monitorati dai servizi sociali. C’è un interesse dei bambini ad avere questi incontri con il padre, c’è un’esigenza di tutela di un nucleo familiare che, tra l’altro, va in sincrono con una sensibilità da molti espressa in questi giorni a proposito del caso della famiglia del bosco».

I diritti fondamentali

E conclude: «Capisco che il fatto che si tratti di un migrante abbia sollecitato il dibattito politico ma la mia decisione riguarda i diritti fondamentali della persona di cui è titolare qualsiasi essere umano, delinquente o meno. La mia sentenza non dice che i centri di Albania sono inadeguati, né che lo Stato non ha diritto di portare i migranti in Albania né che questa persona non poteva essere espulsa. Non era questo l’oggetto della mia decisione. I criminali vanno puniti e le espulsioni sono previste dalla legge. Dunque, non c’è dubbio che il governo abbia il potere di eseguirle, ovviamente seguendo le procedure. Ma qui la questione riguarda il rispetto dei diritti della persona».

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