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Sanremo 2026, J-AX: «Quelli come me non vinceranno mai Sanremo» – L’intervista

26 Febbraio 2026 - 16:42 Gabriele Fazio
Italia Starter Pack su Spotify ha raccolto oltre mezzo milione di stream nelle prime 24 ore. L'artista: «L'Italia è sempre stato un paese dove la tragedia sta a un soffio dalla commedia, la cronaca e la politica dal costume, quindi è molto facile fare ironia sull'Italia, ma anche l'autoironia»

J-AX sembra partecipare al Festival come un ospite in gara, giusto per colorare quella che è un’edizione musicalmente piuttosto loffia. Infatti quando entra in scena con il suo country/rap e cappellone da cowboy, con corpo di ballo, violinista e suonatore di banjo al seguito, tutto parrebbe illuminarsi. L’artista, 53 anni, con la sua Italia Starter Pack, come già fatto in passato con brani come Italiano medio, sbugiarda usi e costumi dell’Italia di oggi con la sua solita ironia e la penna tagliente alla quale ci ha abituati, come solista e come Articolo 31.

Quando hai saputo che saresti stato tra i big di Sanremo ’26, ti sei detto: “Ora vado a Sanremo per…”?
«Per far conoscere una canzone a cui tengo molto, che in primis mi piace e mi diverte, quindi quale posto migliore per catturare l’attenzione per un vecchiaccio come me se non Sanremo?».

A proposito di vecchiaccio, ieri molti si sono fatti qualche domanda sul tuo bastone…
«In realtà è un accessorio di stile, un deterrente, lo porto in giro durante la giornata ma in realtà l’ho fatto per il FantaSanremo, non volevo toccare il microfono perché da punti, quindi mi porto il bastone perché mi tiene impegnato le mani».

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Il tuo look country invece?
«In realtà il country, come il rap, è una cosa che dovrebbe essere aliena all’Italia, ma nessuno tiene conto che dalla seconda guerra mondiale siamo stati colonizzati culturalmente dagli Stati Uniti e quindi è un attimo passare da un genere musicale americano a un altro. Io personalmente ho scoperto il country 15-20 anni fa grazie al biopic su Ray Charles, quindi appassionandomi di black music ho fatto un giro completo e sono andato ad ascoltarmi il country. Ray Charles diceva che il country era la musica che ascoltava lui perché aveva ancora le storie e Ray Charles aveva ragione».

Italia Starter Pack sbugiarda l’Italia e non è la prima volta che tu fai un pezzo del genere, ti ispira proprio il nostro paese?
«Assolutamente, in realtà questo è un pezzo che ho scritto più per gli stranieri che per gli italiani, quasi fa l’apologia dei nostri vizi e dei nostri tic, perché agli stranieri piace pensare all’Italia come un paese composto da fannulloni, che a livello scenografico è tutto come la campagna toscana ed ogni lavoro, dal contadino fino al cuoco, viene fatto da tizi belli come tronisti pronti a innamorarsi di una tardona americana di mezza età. Quindi volevo spiegare loro che siamo un popolo un po’ più complicato di così e che non tutti andiamo in giro in Vespa».

Ma l’Italia di oggi in qualche modo è più divertente e intendo favorisce di più la satira?
«No, l’Italia è sempre stato un paese dove la tragedia sta a un soffio dalla commedia, la cronaca e la politica dal costume, quindi è molto facile fare ironia sull’Italia, ma anche l’autoironia, e questa è la nostra forza».

Costume, politica, attualità, sono tutti temi che tu non ti sei mai negato di affrontare in musica con massima libertà, ma secondo te nella musica di oggi manca un po’ questo impegno?
«No, c’è sempre chi lo fa, diciamo che il pubblico oggi, grazie al bombardamento di informazioni che subisce, si sta facendo anche un po’ gli anticorpi e capisce quando qualcuno sfrutta una retorica solo per poi averne un ritorno commerciale. Se il messaggio vuole essere sempre dall’alto al basso ormai la gente se ne accorge, non è facile come una volta. In realtà bisogna partire quasi sempre da sé stessi, parlare del perché stai dicendo certe cose, riuscire a comunicare nel giro dei pochi minuti di una canzone che non ti stai mettendo al di sopra di nessuno, ma io penso che una canzone, come un film, abbia il diritto di fare quello che vuole tranne una cosa: annoiare. Poi può passare anche tutto il resto».

Posso chiederti se è arrivato a questo punto della carriera, anche in una situazione come Sanremo, tu senti di rappresentare qualcosa?
«Io rappresento me stesso, non voglio parlare per nessuno. In passato mi sono fatto portavoce di qualche movimento e questa cosa poi alla lunga ti si ritorce sempre contro. Voi siete Open e seguite la politica, avete visto che succede un po’ a tutti, no? Gli sgambetti arrivano dai tuoi amici più che dai tuoi nemici, lo dico sempre alla mia amica Elly».

Tu sei uno dei padri del rap italiano, specie per quanto riguarda contesti pop come Sanremo, cosa ne pensi dei rapper in gara quest’anno?
«Quello che sono riuscito a vedere mi sono sembrati tutti bravi, sono stato molto impressionato da Tredici Pietro quando si è misurato col canto, dopo tra l’altro aver avuto il microfono che non funzionava, che è uno dei miei incubi, è stato veramente maturo e ha fatto un’interpretazione impeccabile. Ma mi sono piaciuti tanto anche i cantanti, non solo i rapper, mi sono piaciuti tutti».

Tu dai sempre l’impressione di riuscire a confrontarti con qualsiasi situazione in massima scioltezza, perlomeno il palco di Sanremo ti ha emozionato?
«No ero proprio nel panico. Una volta ero nel panico perché ne andava della mia vita, e quindi dicevo: “Se sbaglio ‘sta cosa la mia carriera prenderà una piega brutta”, dopo tutti questi anni, uno può anche dire: “Vabbè, può capitare, niente è per sempre, nemmeno la carriera di un artista, come va va”. Oggi che sento l’entusiasmo di chi ha collaborato con me, la paura è per loro, da chi ha scritto la canzone con me alle ragazze che vengono sul palco a fare le cheerleader, fino alla giovane violinista che mi accompagna in ogni esibizione e al ragazzo del banjo e l’ufficio stampa. Tutti ci stanno mettendo l’anima e quindi oggi sento la responsabilità per questa comunità di persone che ci tengono, ed è ancora peggio, perché non vuoi deludere chi ti vuole bene, anche mia moglie, mio figlio, che mi guardano da casa. Se sbaglio è brutto soprattutto per gli altri, io posso rimanerci male ma vado oltre, però devo fare bene per tutti quelli che mi hanno aiutato ad essere lì».

Per la serata delle cover hai scelto di accompagnarti con la Ligera County Fam, ovvero Cochi, Paolo Rossi, Ale e Franz. La canzone è E la vita, la vita. Ci racconti come mai?
«Perché io ho voluto portare quest’anno al Festival un insieme di tutte le cose che mi piacciono e che mi hanno formato. In casa mia si ascoltava tantissimo Jannacci, si guardavano i film di Renato Pozzetto, Cochi e Renato quando facevano cose in televisione eravamo sempre attaccati. Ho avuto la fortuna di formarmi anche su quelle canzoni, su quel tipo di comicità, l’ironia surreale me l’hanno insegnata loro. Poi la vita mi ha portato a conoscere Paolo Jannacci, che è diventato un mio grande amico, ha suonato nel disco degli Articolo 31, Domani smetto, suonava la fisarmonica in Spirale ovale. Praticamente da lì non ci siamo più lasciati, siamo diventati come fratelli, ho collaborato anche con Enzo Jannacci, abbiamo fatto una canzone assieme nel suo ultimo disco e tutto quell’ambiente lì, di geni milanesi provenienti più o meno dal derby, chi direttamente chi invece dalla loro scuola, mi ha un po’ adottato, mi invitano alle loro cene di Natale. Così quest’anno ho detto: “Dai venite con me, facciamo sta Ligera”, così veniva chiamata la micro criminalità del dopoguerra milanese. Gli ho detto “Andiamo a prenderci la scena, portiamo un po’ di Milano lì”. E, con stupore, Paolo Rossi, Ale&Franz, Paolo Jannacci e il maestro Cochi mi hanno detto di sì. Per me è già una vittoria».

Finisci la frase: “Se vinco Sanremo…”
«Se vinco Sanremo finisce il mondo, perché quelli come me non vinceranno mai Sanremo».

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