Francamente: «Troppe poche donne nella musica ma per fortuna qualcosa sta cambiando». L’intervista

Il largo pubblico l’ha conosciuta durante l’ultima edizione di X-Factor, i più attenti avranno notato da ben prima la sua presenza nel mercato indipendente come una delle più talentuose cantautrici del circuito. Lo scorso weekend Francesca Siano, registrata così all’anagrafe nel 1996, è uscita con Bitte Leben, letteralmente “per favore, vita!” ma inteso come “per favore vivi”. Un disco che sta già facendo girare la testa alla critica, per un’artista capace di imporre una propria visione della musica cantautorale, intellettuale, in un mondo che, lo sappiamo, va in tutt’altra direzione. Il disco di Francamente sarà presentato il 19 maggio al Locomotiv Club a Bologna, il 20 a Largo Venue a Roma, il 22 all’Hiroshima Mon Amour a Torino e il 23 maggio al MI AMI Festival di Milano.
Come mai hai sentito così forte il bisogno di dedicare un disco al rapporto che c’è con la vita, che è intesa in un modo un po’ diverso dall’esistenzialismo necessariamente profondo che solitamente ci viene in qualche modo propinato…
«Io ho studiato filosofia e all’inizio vivevo molto l’esistenzialismo, poi mi sono resa conto che più andavo avanti a studiare e più capivo che i pensatori e le pensatrici avevano un unico centro che è il cambiamento, che sembra una banalità, ma a me spaventa quando viene predicata la staticità. Desideravo fare un disco che il più possibile attraversasse situazioni, quindi ogni canzone prova a essere una diapositiva che può essere di un luogo affettivo oppure di un luogo vero e proprio di Palermo, Berlino, Milano e a raccontare che cosa il variare dei luoghi produce».
L’importanza del luogo…
«Mi rendo conto che per ciascuno di noi quando sei nel tuo paese natale c’è una certa self confidence, perché comunque conosci a memoria le strade, conosci la panettiera, basta però spostarci in una città che non conosciamo, figurati se non si parla la nostra lingua e magari siamo senza amici, per sentire la nostra identità cambiare. Forse per questo si dice ch imparare una nuova lingua significa scoprire un nuovo lato di sé. Io credo molto in questo principio e sono affascinata dal fatto che le trasformazioni in potenza siano infinite, perché infiniti sono i luoghi in cui possiamo andare, le persone che possiamo incontrare. Quindi volevo fare un disco che esortasse a una leggerezza alla Italo Calvino, cioè guardare le cose in un certo senso dall’alto».
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Allora qual è oggi il rapporto che si è instaurato tra musica e il racconto autentico della vita?
«Dipende molto dalla dimensione di cui stiamo parlando, perché chiaramente un conto è parlare della musica da top ten nella classifica internazionale, ma io guardo chiaramente la musica molto come dimensione quotidiana, come lavoro, come mestiere, e trovo, devo dirti, soprattutto in quella che definirei la scena underground, un grandissimo tentativo di mettere in musica la vita. La gran parte dell’ispirazione per questo disco è arrivata dai miei colleghi e colleghe, e mi sento molto fortunata, perché secondo me in Italia abbiamo una scena veramente fiorentissima di cantautrici e cantautori che provano a trovare dei linguaggi diversi. Spesso sono giovani che magari si sono dovuti spostare, che magari abitano da un’altra parte e quindi decidono di cantare in dialetto, portano il dialetto nelle canzoni, nella scrittura, io trovo che questi siano tutti tentativi effettivamente di cercare un linguaggio, perché penso che questo la musica debba fare. La musica, come la letteratura, è in grado di descrivere ciò che al linguaggio sfugge, una canzone può, anche quando la riascoltiamo, ricordarci uno stato d’animo, può descrivere ciò che a parole sarebbe estremamente complicato».
A mente fredda, come vedi la tua partecipazione a X-Factor?
«Ho veramente un bel ricordo di X-Factor, penso che il motivo principale sia il fatto che ho affrontato questa esperienza da molto adulta (a giugno farò 30 anni), quando l’ho fatto ne avevo già 28, per cui ero già una persona che lavorava e che aveva un’idea non definitiva, però quantomeno c’erano delle direttive sul progetto. Secondo me quando non si hanno tanto le idee chiare, questa cosa può diventare fonte anche di grosse difficoltà, io per quanto mi riguarda pensai: “Caspita, per un mese e mezzo devo concentrarmi solo sulla musica, non devo banalmente pagare l’affitto e mi danno da mangiare”. Poi l’anno scorso io mi trovai davvero molto bene con i miei compagni di squadra, eravamo 32 e devo dire che sono nati dei rapporti molto belli, la competizione davvero non esisteva, per me era l’opportunità di stare con persone che probabilmente non avrei mai incrociato nella mia vita, perché avevamo un range di età notevole, la più piccola aveva 16 anni e il più grande 32. Per me è stato veramente un bel momento che però a mio avviso a un certo punto deve finire, come la scuola, una volta che sono uscita da X-Factor è come se mi fossi detta: “Ok, la maturità l’ho fatta”. È stato veramente un mese e mezzo di apprendimento, soprattutto su quanto lavoro c’è dietro per mettere su una macchina di quel tipo, quindi il rispetto doveroso nei confronti di chi lavora nella musica dietro le quinte, che può essere chi scrive ma può essere anche solo chi ti fa i capelli, chi sceglie il vestito, chi fa il cameraman, una varietà infinita di ruoli che io, banalmente, prima non conoscevo. Ho imparato ad arrivare sul palco sempre puntuale con la chitarra accordata e tutta una serie di cose che io mi porto oggi in questo mestiere e delle quali sono grata. Sarebbe bello se ci fosse la possibilità di avere più canali, che il talent fosse un’opzione ma poi ce ne fossero tante altre, per quello dobbiamo lavorare ad un’industria musicale di sicuro più attenta nell’investire. Prendere dei giovani talenti, coltivarli, metterli sotto la propria ala, questa è una cosa che dovremmo proprio fare».
Di solito chi esce da X-Factor rimane impantanato in progetti che si adattano a ciò che va in classifica, tu invece sei riuscita a dare una tua impronta personale. Ma hai dovuto lottare contro il grande mostro dell’industria (o magari anche contro te stessa) per non cadere in tentazione e ottenere questa libertà?
«In realtà è stato tutto molto organico, perché io non mi sono mai sentita estremamente in hype, ho sempre veramente visto X-Factor come qualcosa che chiaramente ti dà una certa esposizione, ma in realtà penso sia un’esposizione molto fallace, nel giro di sei mesi, mi viene da dire anche per fortuna, passa, perché poi c’è subito l’edizione nuova che si prepara. Quindi per me la domanda è stata più: “Voglio restare a Berlino e continuare a far la guida, che è un lavoro che io ho sempre amato tantissimo, oppure voglio provare questa nuova strada?”. E la risposta è stata “No, vabbè, proviamo. Non dovesse andare bene, non dovesse piacermi, non dovessi sentirmi a mio agio, posso cambiare un’altra volta”. Un altro fattore imprescindibile è stata la grande fortuna di aver trovato persone allineate, con il desiderio di provare a fare musica rilevante, cioè musica fatta per amore stesso della musica, quindi senza guardare le classifiche».
Forse l’unica scelta davvero intelligente da fare oggi…
«Con questo però non voglio nemmeno criticare chi, anche magari tra i miei colleghi e colleghe, ha fatto scelte diverse, l’importante è che siano scelte proprie. Cioè, la questione non è tanto “Perché hai fatto un disco così? Sei cambiata”, come se un artista fosse condannato all’immobilità, ma è proprio il principio di determinazione della propria volontà: se fosse stata una scelta mia quella di fare canzoni di un certo tipo, perché no? Va bene tutto, basta che sia fatto bene. Io sono veramente una che “Viva il mainstream!”, nella mia playlist di Spotify ho tantissimi pezzi che magari sarebbero considerati non musica, musica di un certo tipo, ma è musica raga, di che stiamo parlando? Se a me piace quella canzone là e mi piace metterla a tutto volume per ballare con gli amici miei, che problema c’è? Però sarebbe bello sapere che dietro quella canzone c’è una persona che ha scelto quel percorso lì, che non è stata forzata, perché è lì poi il problema. Così come il contrario: se io volessi fare musica di un certo tipo, però mi si dicesse “No, tu devi essere una cantautrice, devi fare solo pezzi impegnati” direi no, se io voglio fare un’altra cosa, voglio fare il reggaeton, non scassare le palle».
Adesso sento forte la tentazione di chiederti quali sono questi guilty pleasure…
«È Katuxa Close, ti consiglio Rio de Janeiro, cui ritornello dice solo “Che caldo sembra di stare a Rio de Janeiro”, e questa è la frase, come dire, iconica di questa canzone. Ma è comunque una delle mie canzoni nella playlist quando sono con i miei amici e amiche al parco, e poi magari dopo arriva un pezzo di Guccini. Ma che figata è? Ma perché dobbiamo incasellarci e dire “No, allora: o ascolti Guccini o ascolti questa roba”? Cioè, veramente, che noia. L’importante è la scelta, l’autenticità, non del progetto, della scelta».
Che rapporto c’è oggi tra musica e autenticità?
«Io credo che sia importante come lo è in qualsiasi altro mestiere, anche il panettiere, in un certo senso deve mettere autenticità in quello che fa. Per me l’autenticità passa attraverso il riconoscimento del lavoro degli altri, l’umiltà, il riconoscimento dei propri limiti e, soprattutto, lo smontare quest’immagine megalomane e mitomane che spesso si affibbia a chi fa musica. La musica è un mestiere come tanti altri, come l’attore, l’attrice, come chi lavora in banca, in posta. Questo vuol dire permettere agli artisti, prima di tutto, che abbiano delle idee, perché sono persone, che poi possono piacere e non piacerci, viva Dio, meno male che è così, che possono cambiare, che possono dire “Io in realtà questi concerti li annullo, perché ho deciso che forse non ce la faccio, forse in questo momento è meglio fermarmi”, o viceversa “Voglio fare un tour mondiale, perché ho fatto quest’album, ho aspettato dieci anni e non vedo l’ora”. Intendo, ecco, avere uno spettro molto ampio, invece questo cercare di cristallizzare chi fa questo mestiere sia nocivo, sia per l’artista e sia perché poi quello che ti arriva, se l’artista veste questa armatura così rigida, saranno inevitabilmente canzoni che non evolvono, saranno canzoni bidimensionali, perché chiaramente l’artista stesso che le fa è ingabbiato».
Questo disco ha anche un aspetto geografico: tu sei di Torino, hai vissuto quattro anni a Berlino, ora ti sei trasferita a Milano. Che persona e che artista sei in questi tre luoghi diversi?
«Di sicuro una persona e un’artista diversa, perché per me Torino è stata la stagione dove mi sono formata nel cantautorato, proprio chitarra e voce, quando ero ragazzina, 10/11 anni fa, quando frequentavo tantissimo l’Off Topic, dove tra l’altro conobbi tutta la cerchia di ragazze con cui ho fondato il collettivo Cantafinoadieci, come Rossana De Pace, Irene Buselli, Anna Castiglia, Rosita Brucoli. Berlino è invece il luogo in cui ho iniziato a fare busking, a suonare tanto per strada, a raccontare le mie canzoni in una lingua diversa, quindi erano canzoni in italiano ma che giustamente richiedevano un cappello introduttivo, anche solo in inglese, giusto due/tre parole, quindi è stato un modo di essere artista diverso, ed è stato anche l’incontro con la musica elettronica. Milano invece è dove mi sono trasferita per fare un lavoro quotidiano in studio, c’era l’esigenza che io fossi presente se si voleva fare questo lavoro di laboratorio giorno per giorno e vivere un po’ la dimensione dell’artista come mestiere, quindi l’artista come lavoratrice, la pratica quotidiana sullo strumento, il confronto con le persone che compongono questo progetto. Per cui Milano rappresenta per me davvero la fase un po’ adulta ti direi, e poi devo dire una città in cui ho trovato molta accoglienza, mi brucia un po’ dire questa cosa, perché da torinese sono stata cresciuta a pane e “Perché Torino/Milano…”, invece devo dire un’accoglienza veramente bella, non pensavo che l’avrei mai detto, ma mi piace stare a Milano, incredibile».
Jack Savoretti in un’intervista con Open uscita la scorsa settimana ha detto che all’estero ci sono progetti che vanno molto bene come Andrea Lazslo De Simone e Nu Genea, secondo lui perché, pur essendo italiani, vanno oltre i soliti cliché che abbiamo negli ultimi decenni “venduto” agli stranieri…
«Io non so se posso fornirti uno sguardo dall’estero credibile, perché comunque sono stata tanto fuori ma solo a Berlino e chiaramente Berlino è un luogo un po’ particolare, soprattutto ci sono 50mila italiani, e poi c’è un clima molto internazionale, quindi chiaramente che se canti in spagnolo, finlandese o italiano susciti interesse. Di sicuro c’è una parte di cliché che sopravvive e, se la si prende in un certo modo, ci si può anche giocare. Però sono stati citati dei giganti ed effettivamente c’è un grande sforzo di ricerca nella musica italiana, quindi io penso che questo sia solo l’inizio o almeno questo è quello che mi auguro, perché sono veramente tanti i miei colleghi e le mie colleghe con grande talento».
Mi parli un po’ meglio del progetto Cantafinoadieci?
«È nato da un gruppo di amiche, l’abbiamo fondato nel 2021, rigorosamente a Torino. Il secondo pilastro del collettivo era la frustrazione di vedere un mondo musicale raccontato come magari competitivo, gerarchico, mentre noi ci chiedevamo “Ma com’è possibile?”. Perché noi ci confrontavamo, tra di noi o anche con altri ragazzi e ragazze, e sceglievamo la bellezza di scambiarci le date, i consigli, la musica da ascoltare. Ci siamo rese conto che spesso questa competizione è quasi messa dall’esterno, perché poi gli artisti e le artiste spesso non vedono l’ora di contaminarsi, di farsi una suonata insieme. Questo quindi è diventato l’altro obiettivo del collettivo, cioè proporre un ideale di musica plurale, affermare che la musica si possa fare insieme, quindi ognuna di noi ha il proprio progetto singolo. Oggi il collettivo è cresciuto a tal punto che abbiamo deciso di toglierci la faccia, quindi Cantafinoadieci ha preso una forma cui contenuto però varia sempre, ci sono date che noi annunciamo semplicemente come Cantafinoadieci e sono a scatola chiusa»
Ultimamente sono stati organizzati diversi movimenti contro la misoginia nel mondo della musica. Tu vivi questo problema? E in cosa si manifesta nello specifico?
«Guarda, io te la prenderei da un punto di vista che per me è cruciale, generale, che riguarda proprio l’educazione che noi impartiamo in modo diverso come società, ai ragazzi o alle ragazze, ai maschi o alle femmine. Spesso alle ragazze viene insegnato a essere delle brave ragazze, a non sporcarsi, a non essere spavalde, quindi la questione non è tanto la discografica, il festival, la domanda è: perché c’è un numero di ragazze decisamente inferiori rispetto ai ragazzi che si avvicina alla musica? Forse perché qualcosa che le ragazze pensano di non poter fare? È semplicemente questo? Se noi iniziassimo a condividere anche con i bambini e le bambine, il fatto che delle donne possano essere batteriste, foniche, allora chiaramente questo problema quanto meno verrebbe livellato. Detto ciò, io vedo dei miglioramenti, in primo luogo per il numero fiorentissimo di musiciste e cantautrici, nel mio team discografico la maggior parte sono donne e non perché le abbia scelte io, perché sono andata lì con lanternino, ma semplicemente perché chiaramente c’è una nuova generazione che ha smantellato determinati paletti e che quindi sta andando avanti. Io vedo ragazzi, anche magari di 17/18 anni, che hanno una mentalità che io alla loro età mi sognavo. Ma potremmo fare questo discorso in ogni ambito, noi siamo cantautrici e quindi ci viene da parlare di musica, se magari stessi intervistando una scrittrice o una manager di qualche azienda ti parlerebbe di quell’ambito lì, io vedo un grande movimento di consapevolezza quanto meno, e questo è molto bello, sono molto molto fiduciosa».
Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?
«L’attraversamento. Cioè, il desiderio proprio di attraversare. Che siano luoghi, situazioni, persone, che sia il proprio dolore in un certo senso, da cui nessuno è immune, i propri pensieri, senza rimanerci troppo attaccati. Perché secondo me questa immobilità ogni tanto ci frega e dunque mi piacerebbe che rimanesse un’idea di movimento, che non è un movimento frenetico, capitalista, non è la fomo, ma è un movimento umano, che appartiene proprio alla nostra natura di essere nel mondo, di essere fatti della stessa sostanza di cui è fatto il tempo».
