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Sui dazi di Trump l’Ue è davanti a un bivio: dalle nuove clausole allo stop all’accordo, cosa può succedere adesso

06 Maggio 2026 - 16:28 Gianluca Brambilla
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Questa sera i negoziati decisivi a Bruxelles. Berlino e l'industria dell'auto spingono per una ratifica dell'intesa commerciale. I Socialisti, con la sponda della Francia, sono pronti a fare muro
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Luglio 2025: Ursula von der Leyen e Donald Trump si incontrano a Turnberry, in Scozia, e annunciano di aver finalmente raggiunto un accordo sui dazi. Maggio 2026: quell’intesa ancora non è entrata in vigore e ora rischia di saltare del tutto. Nella serata di oggi, mercoledì 6 maggio, i membri del Parlamento europeo, i diplomatici nazionali e i funzionari della Commissione europea si incontreranno per una riunione a porte chiuse. L’obiettivo è mediare tra chi spinge per un’implementazione rapida dell’accordo – che fissa un tetto massimo del 15% alle tariffe imposte da Washington – e chi si rifiuta di firmare un’intesa che fin dal principio non è mai stata percepita come una vittoria per l’Unione europea.

I dazi di Trump sulle auto e lo scontro interno all’Ue

Nei giorni scorsi, Trump è tornato ad alzare la tensione annunciando dazi doganali del 25% sulle auto prodotte nel Vecchio Continente, accusato genericamente di «non rispettare il nostro accordo commerciale pienamente concordato». Nelle intenzioni della Casa Bianca, quella minaccia avrebbe dovuto convincere Bruxelles a superare le divisioni interne e approvare in via definitiva l’accordo. Nella pratica, ha avuto l’effetto opposto.

Secondo i Socialisti, da sempre scettici sull’effettiva bontà di quell’intesa, le ultime tariffe sventolate da Trump non fanno che confermare ciò che loro dicono da sempre, ossia che dell’attuale presidente americano non ci si può fidare. Martedì, il commissario europeo al Commercio, Maroš Šefčovič, ha incontrato Jamieson Greer, considerato il più dialogante dei negoziatori d’oltreoceano. Eppure, dal faccia a faccia tra i due non è venuta fuori alcuna intesa.

EPA/Olivier Hoslet | Maros Sefcovic, commissario europeo al Commercio

Il primo stop dopo le minacce alla Groenlandia

Il primo stop vero e proprio alla ratifica dell’accordo commerciale tra Usa e Ue è arrivato a inizio anno, quando le minacce di annessione della Groenlandia da parte di Trump spinsero il Parlamento europeo a tirare il freno a mano sulla questione. Nei mesi scorsi, la situazione si è sbloccata solo in parte, con l’ala sinistra dell’Assemblea Ue che ha acconsentito a dare luce verde all’intesa, ma solo con l’aggiunta di tre clausole: niente entrata in vigore dell’accordo fino a quando Trump non ridurrà i dazi sull’acciaio, sospensione dell’intesa in caso di minaccia dell’integrità territoriale europea e “data di scadenza” dell’accordo fissata a marzo 2028. Il lavoro infausto di far digerire queste condizioni a Trump spetta alla Commissione europea, che però preferirebbe evitare un nuovo braccio di ferro con Washington e spinge per una ratifica dell’accordo così com’è.

I Socialisti fanno muro: «È un cattivo affare»

«Un accordo è un accordo e in Europa lo stiamo implementando mentre rispettiamo le procedure democratiche, arrivate alla fase finale. Ma siamo pronti a qualsiasi scenario», ha detto nelle scorse ore von der Leyen. A guidare le proteste del centrosinistra ci sono l’eurodeputato tedesco Bernd Lange, eletto con i Socialdemocratici, e la sua vice
Kathleen Van Brempt, che nelle scorse ore ha minacciato di bloccare la ratifica dell’intesa: «Lo abbiamo detto fin dall’inizio e continueremo a ripeterlo: Turnberry è un cattivo affare e non lo avalleremo».

La sponda della Francia e la sentenza della Corte Suprema

Sulla stessa posizione anche la Francia, con il presidente Emmanuel Macron che è allineato nel chiedere maggiori garanzie sull’accordo: «Se un Paese viene minacciato con nuove tariffe, l’Ue ha gli strumenti per rispondere e dovrebbe usarli, perché è a questo che servono. Quindi sì, tutto è sul tavolo». Chi vorrebbe fermare l’accordo commerciale tra Usa e Ue ha un altro argomento a propria disposizione, ossia il fatto che i dazi di Trump minacciati lo scorso anno nell’ormai famoso «Liberation Day» sono stati dichiarati illegali dalla Corte Suprema degli Stati Uniti.

EPA/Leszek Szymanski | Il presidente francese Emmanuel Macron

L’ipotesi di un blitz con l’appoggio delle destre

Dall’altra parte della barricata, vale a dire tra chi spinge per la ratifica dell’accordo commerciale con Washington, c’è una coalizione altrettanto agguerrita, capeggiata dalla Germania e dalla sua potente industria automobilistica. «Trump è un po’ deluso dal fatto che noi nell’Ue non abbiamo ancora finalizzato l’accordo di Turnberry, e francamente ha ragione», si è sfogato nei giorni scorsi il cancelliere Friedrich Merz. Se i negoziati di questa sera dovessero portare a un nulla di fatto, il Partito popolare europeo (Ppe) – il blocco più numeroso del Parlamento Ue – potrebbero decidere di forzare un voto alla prossima sessione plenaria e far passare l’intesa rompendo l’alleanza con i Socialisti e alleandosi con le destre.

«Da parte nostra, i negoziati devono concludersi rapidamente affinché l’accordo possa finalmente entrare in vigore. Le nostre aziende non possono permettersi un’incertezza prolungata», ha spiegato Manfred Weber, presidente del Ppe. Ma anche tra i banchi dell’estrema destra c’è chi guarda con sospetto all’accordo commerciale siglato con Trump. È il caso, per esempio, del Rassemblement National francese di Marine Le Pen. Se davvero l’intesa dovesse essere messa ai voti, insomma, c’è il rischio che naufraghi una volta per tutte.

Foto copertina: EPA/Olivier Matthys | Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea

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