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L’ornitologo, gli uccelli necrofagi, i primi positivi: «Perché l’hantavirus può essere un pericolo»

11 Maggio 2026 - 05:07 Alessandro D’Amato
hantavirus paziente zero uccelli necrofagi topi
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Due americani in isolamento presentano i sintomi. Come un francese. Il virologo Burioni: i virus mutano e possono diventare più contagiosi. Sapremo solo tra due mesi se possiamo tirare un sospiro di sollievo
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Il Dipartimento della Salute degli Stati Uniti ha dichiarato nella notte tra domenica e lunedì 11 maggio che dei 17 americani rimpatriati dalla nave da crociera colpita dall’hantavirus, uno presenta sintomi lievi e un altro è risultato debolmente positivo al test PCR per il ceppo andino del virus. Anche uno dei cinque francesi rimpatriati ieri dalle Canarie presenta alcuni sintomi. Intanto è stato identificato il paziente zero del focolaio della nave da crociera MV Hondius. L’ornitologo Leo Schilperoord, 70 anni, ha visitato insieme alla moglie una discarica alla periferia di Ushuaia per osservare il caracara dalla gola bianca, noto come caracara di Darwin, una specie di uccelli necrofagi. Lì probabilmente ha inalato particelle di feci di topi selvatici pigmei dalla coda lunga, portatori della variante Andes dell’hantavirus.

Il paziente zero dell’hantavirus

L’ornitologo e la moglie erano in Argentina dal 27 marzo. Il primo aprile si sono imbarcati sulla MV Hondius. I quattro giorni precedenti sono sotto la lente di chi sta ricostruendo la catena del contagio. Il 6 apirile Shilperoord ha cominciato a manifestare sintomi significativi: febbre, diarrea, mal di testa. Morirà cinque giorni dopo e dopo l’annuncio del decesso gli altri passeggeri sono andati ad abbracciare la vedova, come ha raccontato al Daily Mail lo youtuber turco Ruhi Çenet. I protocollo per contenere il contagio sulla nave da crociera sono stati attivati solo il 27 aprile. I passeggeri erano 114, i membri dell’equipaggio 61. Il virologo Roberto Burioni su Repubblica spiega che i due olandesi di Haulerwijk, nella Frisia sono stati sottovalutati. Il dottore di bordo ha escluso all’inizio la malattia infettiva.

La crociera e il virus

La moglie Mjriam «a Johannesburg era su una sedia a rotelle, aveva la testa reclinata di lato, la malattia la stava già aggredendo, era evidente», secondo le testimonianze. Poi è morta in ospedale. Ma sulla Hondius lo hanno saputo solo il giorno dopo. E in contemporanea con un altro passeggero che ha cominciato a manifestare sintomi. Soltanto in quel momento si è attivata l’indagine epidemiologica ed è stato attivato il piano Shield che prevede isolamento, protocolli di igiene e monitoraggio medico. Troppo tardi. Perché, spiega il virologo, «la nostra conoscenza del virus deriva soprattutto dall’osservazione di un episodio epidemico che ha interessato 34 persone (con 11 morti) avvenuto in un paese di circa 3000 abitanti nell’Argentina rurale. Dunque del virus delle Ande sappiamo molto poco, e non sappiamo quanto quel poco sia trasferibile a contesti differenti».

«I virus mutano»

Ma soprattutto, aggiunge Burioni, i virus mutano. E possono diventare più contagiosi. Questo può avere un’incubazione di 60 giorni. Quindi, è il ragionamento, soltanto tra due mesi e se nessuno sarà risultato positivo al virus potremo «tirare un sospiro di sollievo e ritenere chiusa questa brutta storia». Ma intanto uno dei cittadini francesi «ha manifestato sintomi sul volo di rimpatrio» atterrato nel pomeriggio all’aeroporto di Le Bourget, vicino a Parigi, ha annunciato il primo ministro Sébastien Lecornu alla X. Secondo un decreto pubblicato nella notte nella Gazzetta Ufficiale, le cinque persone che erano a bordo della MV Hondius sono state poste in quarantena in attesa di una valutazione medica ed epidemiologica.

I focolai

Per questo, spiega invece Antonella Viola su La Stampa, «finora abbiamo affrontato questi fenomeni soprattutto come emergenze da contenere una volta comparse. Ma è evidente che la vera sfida sarà investire molto di più nella prevenzione degli spillover: sorveglianza epidemiologica e veterinaria, monitoraggio degli ecosistemi, riduzione delle occasioni di contatto ad alto rischio con la fauna selvatica. Perché il problema non è soltanto come rispondere al prossimo focolaio, ma come ridurre le condizioni che rendono questi salti di specie sempre più probabili».

la diagnosi e i sintomi

Intanto su Repubblica Fausto Baldandi, responsabile della virologia molecolare del San Matteo di Pavia, spiega che per la diagnosi di Hantavirus ci sono test basati sulle analisi del sangue. Con i tamponi invece si possono «studiare le secrezioni polmonari per capire se la persona elimina anche il virus, in questo caso l’Andes, e cioè se è potenzialmente contagioso». Un negativo può diventare positivo successivamente: «In tutte le malattie infettive c’è una fase finestra in cui i test risultano negativi. Ma la durata di questa fase è molto variabile, sia a seconda del tipo di patologia, che della sensibilità del test».

Il tipo Andes

Il virus che si trasmette è quello del tipo Andes. Ha, spiega sempre Baldanti, una limitata capacità di trasmettersi da uomo a uomo. È quindi necessario un contatto stretto. I sintomi «sono prevalentemente respiratori, ma all’inizio possono essere anche abbastanza generici. Ad esempio possono esserci problemi di tipo gastrointestinale». Una persona positiva deve isolarsi e poi ricoverarsi. E le cure? Non esistono: «Come succede per tanti altri virus, si cercano di curare i sintomi della malattia, che possono essere anche molto pesanti e richiedere il ricovero in terapia intensiva per affrontare i problemi respiratori».

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