Perché Eurovision è il festival musicale più politico e perché quest’anno lo è ancora di più

Oggi prende il via a Vienna l’Eurovision Song Contest, la competizione musicale più seguita d’Europa. Ma mai come quest’anno il festival si trova al centro di tensioni politiche e polemiche internazionali. L’edizione 2026 è infatti una delle più contestate e boicottate degli ultimi anni: cinque Paesi hanno deciso di non partecipare in segno di protesta contro la presenza di Israele nel concorso. Si tratta di Spagna, Paesi Bassi, Irlanda, Slovenia e Islanda. Una scelta particolarmente significativa perché tra questi figurano alcuni dei principali sostenitori storici dell’evento, sia dal punto di vista economico sia da quello culturale. Le polemiche nascono dal fatto che Israele è stato ammesso alla competizione nonostante la guerra in corso a Gaza, mentre la Russia è stata esclusa dall’Eurovision subito dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Una differenza di trattamento che ha acceso il dibattito sull’imparzialità dell’European Broadcasting Union (EBU), l’organizzazione che gestisce il festival. Ma quello tra Eurovision e politica è un rapporto che esiste praticamente fin dalla nascita del festival e nel corso dei decenni diversi Paesi hanno scelto di ritirarsi.
Come funziona l’Eurovision
L’Eurovision Song Contest nasce nel 1956 ed è organizzato dall’EBU, la European Broadcasting Union. Formalmente, a partecipare non sono gli Stati ma le emittenti televisive aderenti all’organizzazione. Possono prendere parte al festival tutte le emittenti con sede nei Paesi membri dell’EBU, anche non europei. Negli anni infatti il concorso si è progressivamente allargato oltre i confini geografici dell’Europa. Israele, ad esempio, partecipa dal 1973 e ha ospitato il festival a Tel Aviv nel 2019. Nel 2015 anche l’Australia è stata invitata ufficialmente alla competizione. Ogni Paese presenta una canzone originale della durata massima di tre minuti, eseguita dal vivo davanti a milioni di spettatori in tutto il mondo.
I Paesi che boicottano l’edizione 2026
Dopo la conferma della partecipazione di Israele, cinque Paesi hanno annunciato il proprio ritiro dal concorso: Paesi Bassi, Slovenia, Spagna, Islanda e Irlanda. Anche diversi artisti hanno preso posizione. Nemo, vincitore svizzero dell’Eurovision 2024, ha annunciato l’11 dicembre 2025 che restituirà il trofeo vinto come gesto di protesta contro l’EBU. Alle critiche si è aggiunta anche la campagna no music for genocide: oltre 1.100 artisti hanno firmato una lettera aperta contro la partecipazione di Israele, tra cui Macklemore, Peter Gabriel e i Massive Attack. Il tema centrale delle proteste resta il confronto con la Russia, esclusa dalla competizione dal 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina. In risposta all’esclusione, Mosca aveva rilanciato l’Intervision, un concorso musicale internazionale organizzato in passato durante l’epoca sovietica.
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Le volte in cui l’Eurovision è stato boicottato
Quello tra Eurovision e politica è un rapporto che esiste fin dalla nascita del festival. Già nel 1969 quattro Paesi (Finlandia, Norvegia, Portogallo e Svezia) boicottarono l’edizione successiva dopo il controverso pareggio a quattro che aveva assegnato la vittoria senza criteri di spareggio. Negli anni ’70 il concorso fu segnato soprattutto dalle tensioni tra Grecia, Turchia e Israele: nel 1975 la Grecia si ritirò dopo il debutto della Turchia, sullo sfondo del conflitto per Cipro, mentre l’anno successivo fu la Turchia a boicottare il festival al ritorno della Grecia. La presenza di Israele provocò inoltre proteste nei Paesi arabi. Nel 1978 alcune televisioni arabe interruppero la trasmissione durante l’esibizione israeliana, mentre nel 1979 la Turchia si ritirò dopo le pressioni della Lega Araba. Anche negli anni più recenti l’Eurovision è stato coinvolto nelle tensioni geopolitiche europee. Nel 2009 la Georgia si ritirò dall’edizione di Mosca dopo le polemiche sul brano we don’t wanna put in, considerato un attacco a Vladimir Putin, mentre nel 2012 l’Armenia rinunciò a partecipare all’evento ospitato a Baku per le tensioni con l’Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh.

