Non è un Paese per sindache. Nei capoluoghi al voto 9 candidate su 77 e una sola eletta ad Andria: la situazione nei Comuni d’Italia

C’è un’assenza che pesa più di molte percentuali. Quella delle donne alla corsa ai municipi italiani. Nei 18 capoluoghi di provincia al voto, solo 9 candidate sindaca contro 77 uomini. Il dato più basso degli ultimi 5 anni. E il risultato finale rende il quadro ancora più sconcertante. A urne chiuse, solo una di loro è stata rieletta. Si tratta di Giovanna Bruno ad Andria (della provincia di Barletta, Andria e Trani), candidata per il centrosinistra. Nonostante da quattro anni l’Italia abbia la sua prima premier donna, Giorgia Meloni, e il Partito democratico sia guidato da Elly Schlein, questo protagonismo femminile ai vertici non sembra aver prodotto effetti visibili nei territori.
Chi erano le (poche) candidate e dove? – I risultati
Tra i risultati definitivi, e al di là degli schieramenti politici, il quadro che emerge è ancora interamente declinato al maschile. E solo tre comuni capoluogo avevano, di fatto, una candidata tra le liste più votate. Anna Maria Celesti, per il centrodestra a Pistoia, è stata sconfitta da Giovanni Capecchi, esponente del campo largo. Dopo nove anni, la città toscana è tornata al centrosinistra, ancora una volta con un sindaco uomo. A Fermo, nelle Marche, Angelica Malvatani, sostenuta dal centrosinistra, è stata superata da Alberto Maria Scarfini, mentre Francesca Losi non è riuscita ad accedere al secondo turno. Anche a Lecco, infatti, il ballottaggio sarà tra due uomini.
Ad Avellino, invece, Laura Nargi – prima donna a guidare il comune campano, civica sostenuta da Forza Italia e Fratelli d’Italia – ha perso contro Nello Pizza, già segretario provinciale del Partito democratico. A Trani, la candidata civica Angela Mercorio si è fermata al 4% delle preferenze. E anche qui sarà il ballottaggio a decidere il nome del nuovo sindaco.
Ad Arezzo, Serena Marinelli, espressione della sinistra radicale di “Alternativa Comune”. Nella città toscana, però, la sfida per il nuovo sindaco si deciderà al ballottaggio del 7 e 8 giugno, con un confronto finale tra due candidati uomini. A Messina è stato rieletto il delfino di Cateno De Luca, Federico Basile. Sconfitta Antonella Russo, consigliera comunale indicata dal Pd, appoggiata anche dal M5s. Infine, a Salerno, l’exploit politico di Vincenzo De Luca ha segnato la sconfitta della candidata civica Elisabetta Barone.
Com’è andata nei comuni più piccoli?
Nonostante il numero già ridotto di candidate nei 18 capoluoghi chiamati al voto, in nove grandi città non compariva neppure una donna tra gli aspiranti sindaci: Mantova, Venezia, Prato, Macerata, Chieti, Crotone, Reggio Calabria, Agrigento ed Enna. Uno scenario che si riflette anche nei circa 700 comuni più piccoli interessati dal voto, dove la presenza femminile resta ancora marginale, sia tra le candidature sia tra le elette (il 61% erano uomini, e in oltre la metà dei piccoli comuni non sono state rispettate le quote di genere). Non mancano però alcune (rare) eccezioni. In alcuni comuni italiani, infatti, per la prima volta sarà una donna ad amministrare la città.
Dove sono le sindache
In Campania, a Positano è stata eletta Gabriella Guida, mentre a Marcianise ha prevalso Maria Luigia Iodice e a Sant’Agata De’ Goti (Benevento) ha trionfato Giovannina Piccoli. In Sicilia, Marsala ha scelto al primo turno Andreana Patti, così come Carini (Palermo) ha eletto Rossella Covello e Saponara (Messina) sarà guidata da Maria Spidaleri. Nel complesso, sull’isola sono state elette 12 prime cittadine su 77. In Friuli Venezia Giulia, Caneva ha espresso la sua prima sindaca con Lucia De Marco, mentre in Veneto hanno prevalso Elisa Paiusco a Carmignano di Brenta e Angela Furlanetto a Sant’Angelo di Piove di Sacco.
In Calabria, Cirò Marina ha eletto Mariagrazia Panebianco e Villapiana (Cosenza) Maria Annunziata De Marco. Nelle Marche, a Mondolfo (Pesaro e Urbino) sarà Alice Andreoni a guidare il Comune. In Lombardia, sono state elette due sindache nel Milanese – Manuela Occhipinti a Baranzate e Carolina Nizzola a Bollate – oltre a Valentina Bergo a Rovato (Brescia). In Basilicata, le donne sindaco sono 4 su 16 comuni al voto, mentre in Puglia sono otto su 48. Restano rari i casi di ballottaggio interamente femminile: tra i comuni sopra i 25mila abitanti figurano soltanto San Giovanni Rotondo (Foggia), con Floriana Natale e Rossella Fini, e Viareggio (Lucca), dove si sfideranno Sara Grilli e Federica Maineri.
Quante donne sindache ci sono in Italia?
Secondo i dati dell’Anci contenuti nel report Donne in Comune, nel 2026 – prima delle elezioni amministrative del 24 e 25 maggio – le sindache in Italia erano 1.187, pari al 15,4% del totale. La presenza femminile resta tuttavia più limitata nei capoluoghi di regione, dove solo 4 su 20 sono guidati da donne: Silvia Salis a Genova, Sara Funaro a Firenze, Vittoria Ferdinandi a Perugia e Marialuisa Forte a Campobasso. Il report segnala inoltre una maggiore incidenza della rappresentanza femminile nelle amministrazioni comunali del Nord-Est (37,9%) e del Centro (36,4%). Le amministratrici risultano mediamente più giovani e più istruite dei colleghi uomini. Il 49% è laureata o in possesso di un titolo post-laurea, con un’età media di 49 anni.
La crescita poi lo stop negli ultimi cinque anni
Sul lungo periodo, negli ultimi quarant’anni la presenza femminile alla guida dei Comuni è aumentata in modo significativo: dai 145 Comuni amministrati da sindache nel 1986 si è arrivati alle 1.187 del 2026. Eppure, negli anni più recenti la tendenza appare meno costante. Secondo i dati di Pagella Politica, alle elezioni comunali di domenica e lunedì le candidate sono state circa l’11%, il livello più basso degli ultimi anni, che sembra interrompere una tendenza in crescita. Negli anni precedenti avevano infatti raggiunto il 28% nel 2025, il 23% nel 2024, il 14% nel 2023, il 21% nel 2022 e intorno al 18% nel 2021. Una sottorappresentazione che si inserisce in un quadro nazionale analogo. Le ministre del governo Meloni – dopo le dimissioni di Daniela Santanchè – sono soltanto cinque su 24 ministeri. Ma si tratta anche di una sproporzione che non può essere ricondotta a una questione di merito individuale, bensì a un sistema che continua a premiare disponibilità, percorsi e reti costruiti su modelli di leadership storicamente maschili. E, forse, è proprio questo impianto che deve essere ripensato.
Foto copertina: Immagine creata dall’intelligenza artificiale

