Attentato a Ranucci, le carte dell’inchiesta su Lavitola. L’accusa di strage, il sopralluogo prima della bomba: «Perché poteva essere devastante»

«Compivano atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità posizionando un ordigno esplosivo contenente c.d. “gelatina da cava” (…) la cui deflagrazione non verificatasi per caso fortuito avrebbe potuto determinare conseguenze ulteriormente devastanti». È con queste parole, contenute nel decreto di perquisizione, visionato da Open, della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, che i magistrati mettono nero su bianco perché l’attentato contro il conduttore di Report Sigfrido Ranucci sia stato catalogato come una tentata strage e non come un semplice atto intimidatorio. Il sostituto procuratore Edoardo De Santis ha iscritto nel registro degli indagati l’ex direttore dell’Avanti Valter Lavitola con la pesante accusa di essere il mandante di un piano criminale, condotto peraltro con l’aggravante delle modalità mafiose.
La bomba tra le auto a gas
I fatti al centro dell’inchiesta risalgono alla notte del 16 ottobre 2025 a Pomezia-Torvajanica, quando alle ore 22:17 un ordigno industriale ad alto potenziale è saltato in aria davanti alla villetta del giornalista. A spingere la Procura a contestare l’articolo 422 del codice penale (il reato di strage), è stata la scelta del luogo esatto in cui far brillare la carica. La bomba è stata infatti posizionata in un «contesto abitativo urbano ove erano parcheggiati due veicoli dotati di impianto a gas». Secondo la ricostruzione degli inquirenti, chi ha innescato la miccia ha accettato il rischio di provocare un’esplosione a catena che avrebbe potuto distruggere l’intera via. I danni materiali sono stati comunque ingenti: l’onda d’urto ha reso inservibili l’Opel Adam di Ranucci e la Ford Ka della moglie Marina Maggiorello, abbattendo anche il cancello e il muro perimetrale dell’abitazione.
La rete di Lavitola
Secondo il decreto della Dda, la regia dell’operazione sarebbe interamente riconducibile a Valter Lavitola, accusato di aver dato mandato a un intermediario di origine camerunense, Clesio Tavares Gomes, di «individuare soggetti in grado di reperire esplosivo e farlo esplodere davanti all’abitazione del giornalista». Gomes avrebbe successivamente assoldato una squadra di cinque esecutori materiali campani incaricati di acquistare la «gelatina da cava», pianificare l’azione nei dettagli e azionare l’innesco.
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Il sopralluogo davanti a casa di Ranucci
I Carabinieri del Nucleo Investigativo hanno scoperto che un mese prima del colpo, il 15 settembre 2025, Lavitola in persona aveva partecipato a un sopralluogo nei pressi della casa di Ranucci insieme a Gomes. Subito dopo l’attentato, l’intermediario è fuggito in Camerun. L’uomo risulta formalmente dipendente di un ristorante di pesce a Roma, nel quartiere Monteverde, il “Cefalù Bistrò di pesce“, un’attività commerciale interamente riconducibile a Lavitola. Le intercettazioni sulla compagna di Gomes hanno rivelato che era proprio Valter a gestire la latitanza all’estero dell’uomo e a preoccuparsi della sua assistenza legale. Ora, con le perquisizioni eseguite nelle abitazioni di Lavitola a Roma e Terracina, le forze dell’ordine hanno sequestrato cellulari, computer e tablet per trovare i riscontri definitivi sul finanziamento e sui contatti segreti dietro la bomba.

