La bomba a Ranucci e lo stupore per «l’amico» Valter Lavitola, come sono arrivati a lui. Chi è il faccendiere: i ricatti a Berlusconi e le inchieste

La notizia che Valter Lavitola fosse indagato come presunto mandante dell’attentato contro di lui ha colto di sorpresa lo stesso Sigfrido Ranucci. Al Corriere della Sera il conduttore di Report ammette tutto il suo stupore: «Sono sconvolto, siamo amici, adesso voglio capire». Parole che confermano un legame tutt’altro che superficiale. A Repubblica, Ranucci racconta: «Per me Valter è un amico, dal 2019 ci sentivamo quasi tutti i giorni. Sono sconvolto, sconcertato, non so che cosa pensare, se non che mi affido alle indagini della Procura e dei Carabinieri. In questo momento non mi sento di rilasciare altre dichiarazioni».
I contatti anche dopo l’arresto e la foto al ristorante di Lavitola
I contatti tra i due, scrive Repubblica, sarebbero proseguiti anche dopo l’arresto dei quattro esecutori materiali. Non è la prima volta che i loro nomi finiscono nella stessa cronaca: la sera del 21 maggio 2023, come riportò allora Il Riformista, Ranucci sedeva al ristorante «Cefalù» di Monteverde, di proprietà di Lavitola, insieme a monsignor Giovanni Fusco, collaboratore del cardinale segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, e ad altri commensali. Quella cena finì per creare tensioni tra Ranucci e il direttore editoriale Matteo Renzi, che litigarono per la pubblicazione della foto dell’incontro, scattata dal giornalista Aldo Torchiaro: il conduttore accusò via sms l’ex premier di averlo esposto a un rischio, essendo sotto scorta. Tra i due, ricorda il Corriere, c’erano già stati altri attriti, per il caso Autogrill e per il video che ritraeva Renzi insieme all’ex 007 Marco Mancini, entrambi temi trattati da Report. In rete circolano anche diverse foto di cene tra Lavitola e Ranucci, e proprio al telefono uno degli indagati avrebbe detto «Sono andato a metterla là e facciamo la storia», frase il cui significato resta tutto da chiarire.
Perché la procura di Roma sospetta di Lavitola
Per mesi, nelle intercettazioni, l’uomo che avrebbe commissionato l’attentato del 16 ottobre sotto l’abitazione di Ranucci, a Campo Ascolano, sul litorale romano, veniva indicato soltanto come «quello», senza mai un nome. Sono stati i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma, scrive Repubblica, a risalire passo dopo passo fino a Lavitola, che oggi ritengono la testa della catena di comando. Con lui risulta indagato anche un cittadino di origine nordafricana, che avrebbe fatto da tramite tra l’ex direttore dell’Avanti e il commando che ha materialmente piazzato l’esplosivo. La svolta arriva dopo gli arresti della scorsa settimana di Antonio Passariello, Saverio Mutone, Pellegrino D’Avino e Marika De Filippi: analizzando telefoni, contatti e computer dei quattro, gli investigatori avrebbero ricostruito due ulteriori livelli dell’organizzazione, con gli arrestati che facevano riferimento all’intermediario nordafricano, a sua volta in contatto con Lavitola. Per questo l’ex imprenditore è stato iscritto nel registro degli indagati. Ora la perquisizione della sua abitazione e il sequestro di telefoni, computer e supporti informatici servirà a trovare riscontro a quanto già emerso finora.
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Il giallo sul movente
Come spiega il Fatto quotidiano, non risulterebbero inchieste in corso o servizi su Lavitola da parte di Report. I riscontri da telefoni e pc dovranno fornire inevitabilmente elementi utili per meglio individuare un possibile movente. Ma al momento si tenderebbe a escludere che l’ordigno sia stato piazzato per motivi legati al lavoro giornalistico di Ranucci e della trasmissione di Rai3.
L’email anonima: «Quel deficiente che ha fatto quel casino fuori casa di Ranucci»
Ilaria Sacchettoni, sul Corriere della Sera, aggiunge che tra i veicoli coinvolti nel sopralluogo compiuto una settimana prima dell’attentato ci sarebbe, secondo una prima e ancora incompleta lettura dei fatti, anche l’auto di Lavitola, che sarebbe stato sentito nei giorni successivi sui suoi rapporti con i quattro. L’inchiesta, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e avviata dal pm Carlo Villani, oggi seguita dal sostituto della Direzione distrettuale antimafia Edoardo De Santis, aveva inizialmente escluso la pista della camorra, anche grazie a una mail anonima ricevuta in aprile dal pm Villani, con il titolo «Regalo di Pasqua», in cui si leggeva: «quel deficiente che ha fatto quel casino fuori casa di Ranucci […] ha lavorato per il clan Moccia di Afragola. Senza avvisare i compagni. A noi Ranucci non ha fatto niente». Un tentativo di scagionare il clan che, ora, sembra trovare conferma se il coinvolgimento di Lavitola verrà davvero dimostrato.
Chi è Valter Lavitola, l’ex direttore dell’Avanti
Salernitano, classe 1966, con trascorsi nel Partito socialista prima di passare al centrodestra berlusconiano, Lavitola è stato politico, imprenditore ed editore, con una fitta rete di relazioni tra Roma e l’America Latina. Fonda la cooperativa che rileva il quotidiano L’Avanti!, il quotidiano del Psi, di cui diventa direttore nel 2003. L’anno dopo, avvicinatosi a Silvio Berlusconi, si candida con Forza Italia alle Europee nella circoscrizione Sud, senza essere eletto. Diventa comunque una presenza fissa dietro al leader di Forza Italia. Il suo nome resta legato allo scandalo dell’appartamento di Montecarlo che mette in difficoltà l’allora presidente di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini, e in seguito alla latitanza del 2011, quando si rifugia in America Latina, tra Panama e Argentina. Proprio a Panama finisce sotto inchiesta per presunte tangenti al presidente Ricardo Martinelli, mentre la Procura di Napoli lo indaga per appropriazione indebita di oltre 20 milioni di euro di fondi pubblici destinati a L’Avanti!.
Le condanne di Lavitola e la vita dopo il carcere
Nel 2012 Lavitola patteggia una pena di tre anni e otto mesi, a cui si aggiungono l’anno successivo altri due anni e otto mesi per tentata estorsione ai danni di Berlusconi, nella vicenda che lo vede coinvolto insieme all’imprenditore Giampaolo Tarantini nel giro di escort per le famose «cene eleganti» e una richiesta all’ex premier di cinque milioni di euro, mai versati. Sempre legato a Berlusconi è il filone sulla presunta compravendita di senatori, per il quale nel 2015 il tribunale di Napoli lo condanna in primo grado a tre anni di reclusione per corruzione: un reato che la Cassazione dichiarerà poi prescritto per entrambi gli imputati. Nello stesso 2015 la Corte dei conti gli chiede di restituire oltre 23 milioni di euro di contributi pubblici all’editoria, e dodici mesi dopo, nel 2016, ottiene i domiciliari dopo aver scontato quattro anni di carcere a Secondigliano. Da allora Lavitola ha cambiato vita, gestendo un ristorante di pesce nel quartiere romano di Monteverde, non lontano da Trastevere.

