Treni, il report che mette in dubbio i dati di Salvini: «Una corsa su tre dell’alta velocità arriva in ritardo»

«Nel 2026 la puntualità è stata del 77,7% per l’alta velocità e del 90,6% per i treni regionali». È con questi numeri che, durante il Question time alla Camera, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha difeso l’operato del suo ministero, sostenendo che il servizio ferroviario stia migliorando. Una fotografia che però sembra scontrarsi con quanto accaduto negli ultimi mesi: dai disagi sulla linea alta velocità, che a giugno hanno provocato un effetto domino su gran parte della rete nazionale, fino ai rallentamenti causati dai lavori nel nodo ferroviario fiorentino.
A mettere in discussione i numeri citati dal ministro non sono soltanto i fatti, ma anche un’analisi dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (OCPI). Secondo il report, infatti, le percentuali sulla puntualità cambiano sensibilmente a seconda dell’indicatore utilizzato. Nel caso dell’alta velocità lo scarto può arrivare a circa 15 punti percentuali. La differenza, spiegano i ricercatori, dipende dal fatto che il dato citato dal governo esclude alcune delle principali cause di ritardo e i tempi di ritaro restituendo così un quadro diverso da quello vissuto quotidianamente dai passeggeri.
Perché i dati di Salvini non raccontano tutta la storia
Il punto centrale dello studio riguarda proprio il modo in cui viene misurata la puntualità dei treni. Negli anni Ferrovie dello Stato e Rete Ferroviaria Italiana hanno utilizzato indicatori differenti, rendendo difficile confrontare i dati nel tempo e lasciando spazio a letture diverse dello stesso fenomeno. L’indicatore richiamato dal ministro è quello definito «puntualità RFI» che considera puntuali i treni arrivati entro cinque minuti dall’orario previsto ma esclude alcune categorie di ritardi, come quelli dovuti a scioperi, eventi meteorologici e persino ai guasti dei treni. Con questo criterio la puntualità dell’alta velocità è in linea con il 77,7% citato da Salvini.
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Lo scenario cambia però se si utilizza il parametro definito «nessuna esclusione», che considera tutti i ritardi indipendentemente dalla causa. In questo caso la puntualità reale dell’alta velocità scende tra il 63 e il 66 per cento. In altre parole, secondo questo dato, circa un treno su tre arriva in ritardo.
Il problema non sono solo i ritardi, ma come vengono contati
Il report evidenzia anche un’altra criticità della metodologia del ministro. Entrambi gli indicatori classificano come non puntuale qualsiasi treno che superi i cinque minuti di ritardo, senza distinguere l’entità del ritardo. In pratica un treno arrivato con sei minuti di ritardo viene conteggiato esattamente come uno arrivato con due ore di ritardo. Una semplificazione che, secondo l’Osservatorio, non permette di rappresentare il disagio realmente subito dai passeggeri e rende difficile comprendere l’impatto effettivo dei problemi sulla rete. A questo si aggiunge un terzo limite: l’assenza di una serie storica omogenea e facilmente consultabile. In altre parole, non esiste un database pubblico che consenta di confrontare nel tempo gli stessi dati utilizzando sempre il medesimo criterio.
La stagionalità dei ritardi
L’Osservatorio evidenzia anche una stagionalità dei disservizi. I ritardi non sono distribuiti uniformemente nel corso dell’anno, ma tendono ad aumentare tra maggio e luglio, quando si concentrano i cantieri di manutenzione e cresce il traffico ferroviario. Ad agosto la situazione migliora, per poi tornare a peggiorare tra settembre e ottobre. Secondo il report, il dato dimostra la vulnerabilità della rete nei periodi di maggiore pressione e che spesso coincidono con i periodi di ristrutturazione o cantieri.
Come spiega il deputato Andrea Casu a Open, il problema non sono i lavori in sé. «I cantieri si devono fare e nessuno lo mette in discussione. Il punto è come vengono gestiti. Quando si programmano interventi di questo tipo bisogna prevederne gli effetti sulla vita delle persone, garantire un’informazione tempestiva ai passeggeri e predisporre servizi alternativi».
La richiesta del Pd: «Servono dati trasparenti e i minuti complessivi di ritardo»
Per il Partito democratico il punto centrale resta la trasparenza dei dati. «Noi chiediamo da quattro anni che venga pubblicato il numero complessivo dei minuti di ritardo, perché è quello che misura davvero il tempo sottratto ai cittadini», dice Casu.«Quando abbiamo chiesto al ministro il numero complessivo dei minuti di ritardo non abbiamo ricevuto risposta», afferma Andrea Casu. Durante il Question time alla Camera il deputato ha mostrato in Aula sostenendo che, sommando i ritardi registrati nei primi sei mesi dell’anno, si arriva a «sette anni e mezzo» complessivi, escludendo gli scioperi. «Dentro quel numero ci sono le coincidenze perse, le ore di lavoro, le lezioni saltate e le vacanze rovinate», racconta il deputato del Pd e poi conclude: «Continuare a parlare solo di percentuali di puntualità significa raccontare una realtà parziale».

