Coronavirus, gli infermieri e la proposta di assumere senza concorso: «Meglio i precari, sono più esperti»

Per associazioni e sindacati di infermieri, la proposta di Fontana di assumere neo-laureati non è la soluzione più giusta. E sono molte le criticità che mettono a rischio la salute degli operatori sanitari

  • Coronavirus, ultime notizie (6 agosto)
  • C’è una figura professionale che passa il suo tempo a contatto con i pazienti contagiati. Non si tratta dei medici, il cui lavoro prezioso avviene dall’altro lato di un vetro, ma degli infermieri: sono loro le braccia dei dottori, sono loro che mettono il respiratore sul viso delle persone positive al Coronavirus. Sono loro, dunque, le persone più esposte al rischio di contrarre il Covid-19. Dal triage per chi arriva negli ospedali alle fasi pratiche delle terapie, il contatto diretto con i pazienti è una prerogativa della professione infermieristica.Il primo marzo, il presidente della Regione Attilio Fontana, di concerto con l’assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera, ha proposto l’assunzione di 100 infermieri nella regione e l’anticipo delle sedute di laurea per permettere l’ingresso nel Sistema sanitario nazionale. Chi fa questo lavoro è scettico sulla misura: «Ho delle remore, i neo-laureati sono privi di esperienza e non possono essere immessi negli ospedali in questa situazione di emergenza. Sembra paradossale, ma alcuni colleghi in servizio da anni non sanno indossare i dispositivi di protezione individuale. Ritengo questa proposta imprudente».

A parlare con Open è Mauro D’Ambrosio, infermiere da 30 anni e dirigente di Nursing Up Lombardia, un sindacato della categoria. «Oltre alle perplessità sulla sicurezza, ne ho anche alcune da sindacalista. I nuovi ingressi di organico di cui parla Fontana riguarderebbero professionisti assunti in libera professione. Come ho letto sui bandi pubblicati dall’ospedale di Cremona. Nessun rapporto di lavoro stabile: vogliono assumere dei professionisti inesperti con contratti precari».

Anche Walter De Caro, presidente del Cnai – Consociazione nazionale delle associazioni infermieri – l’associazione infermieristica di carattere scientifico più numerosa di Italia, ritiene che sia meglio percorrere altre strade: «È una misura di taglio troppo emergenziale. Ci sono già delle graduatorie aperte dalle quali potrebbero attingere infermieri. Ma a noi spetta il compito, anche in questa situazione, per ricordare ai politici che questa necessità deriva da un problema strutturale del nostro Paese: in Italia, stando alle medie Ocse, ci sono circa 50.000 infermieri in meno rispetto al reale bisogno».

«Per esempio, nella sola Roma – aggiunge De Caro -, ci sono 6.000 infermieri disoccupati che attendo lo scorrimento delle graduatorie. Sarebbe meglio coordinare le varie Regioni e assumere infermieri già pronti piuttosto che neo-laureati». Infermiere e sindacalista, Donato Cosi, componente della direzione nazionale NurSind e coordinatore regionale Lombardia, è d’accordo con l’assunzione degli infermieri dalle graduatorie già esistenti. «I neo-laureati non hanno l’esperienza per poter affrontare questa emergenza».

Carenza di infermieri: un problema strutturale

«Adesso c’è più bisogno di personale sanitario che sia già in grado di lavorare già in terapia intensiva – spiega Cosi -. Non metto in dubbio la preparazione degli studenti, ma qualsiasi neo-assunto deve essere affiancato per un periodo prima di diventare autonomo. Non credo che sia il caso, questo, per predisporre periodo di affiancamento». I tre esperti della professione sono concordi su un aspetto: «La carenza del personale infermieristico è un problema strutturale e va denunciato», afferma Cosi.

«Gli studi internazionali dicono che il rapporto ottimale deve essere di un infermiere ogni tre pazienti. In Italia siamo circa uno ogni 12. Con l’arrivo del Coronavirus, tutta questa situazione è diventata esplosiva. Ai colleghi viene chiesto di saltare i giorni di riposo, di fare turni che superano le 12 ore. Non potremo resistere a lungo con questi ritmi: il contenimento di contagio rischia di essere inefficace se continuiamo con questa approssimazione organizzativa. Gli infermieri sono in prima linea sia quando ricevono i pazienti sia durante tutto il ricovero. Il 10% tra i casi positivi al Coronavirus in Lombardia è rappresentato da personale sanitario, principalmente infermieri».

Rischio elevatissimo

Ogni infermiere positivo al Coronavirus è un infermiere in meno nelle corsie degli ospedali, già in affanno per la mole di lavoro di questi giorni. «Abbiamo avuto dei momenti di crisi enorme. In tanti ospedali devono contingentare le mascherine. Per esempio il mio  – racconta D’Ambrosio -, ha istituito un registro per verificare chi la prende o meno. Solo dopo qualche giorno hanno iniziati gli approvvigionamenti straordinari dei dispositivi. Poi ci sono ospedali dove mancano i sovrascarpe, dove i camici idrorepellenti erano assenti. Persino il gel alcolico per l’igienizzazione delle mani scarseggia».

Per Cosi «sembra che la carenza dei dispositivi individuali stia lentamente rientrando: sia perché sono stati fatti degli ordini massicci, sia perché le nuove direttive hanno abbassato il livello di guardia rispetto all’utilizzo delle mascherine. La mascherina chirurgica, dicono al personale sanitario, dovrebbe bastare per i dipendenti degli ospedali in generale. Quella di tipo ffp3 servirebbe solo per chi interagisce con pazienti positivi al Coronavirus». «A parte la mancanza di dispositivi di protezione individuale – sottolinea De Caro – è stata la l’organizzazione in generale dell’emergenza il problema».

L’Italia non era preparata

De Caro rileva che «il nostro sistema non è stato in grado di adattarsi agevolmente a questo tipo di situazione emergenziale. I doppi turni, gli straordinari incessanti a cui vengono sottoposti gli infermieri rischiano di rendere il lavoro meno preciso. C’è poi un problema generale in termini di filiera del processo organizzativo: è un dramma strutturale, ma è emerso ancor di più con il Covid-19». «Adesso, nel momento in cui c’è un’emergenza, si accorgono che l’organico non è sufficiente. Il sistema sanitario rischia con questo tipo di epidemia, che è meno grave dell’Ebola» constata D’Ambrosio.

Turni massacranti

«Nelle zone rosse i turni sono massacranti. Ci sono state delle precettazioni riguardo alle ferie. Il peso più grosso per gli infermieri è lo stress psicologico – aggiunge D’Ambrosio -. Come categoria non siamo stati informati di ciò che sarebbe accaduto nei vari ospedali. Non dico che le task force avrebbero dovuto incontrarci, sarebbe stato difficile. Ma almeno consultarci, informarci prima che le varie decisioni entrassero in vigore: le ordinanze non devono mai cadere dall’alto senza coinvolgere i professionisti». Ma sono i racconti di Cosi ha mettere in luce le mancanze del Sistema sanitario nazionale.

«Conosco un collega che lavora nel Bergamasco e che è stato uno dei primi infermieri a essere entrato in contatto diretto con pazienti positivi al Coronavirus. Ha aspettato per giorni il test del tampone. Nel frattempo le direttive sono cambiate e, pur non avendo fatto test diagnositico perché asintomatico, è dovuto rientrare in servizio». Cosi racconta che a Cremona, Lodi, nel Bergamasco e nel Milanese molti ospedali stanno cambiando l’aspetto organizzativo, chiudendo dei reparti per aprirne altri: «Questi continui cambiamenti, tanto di turni quanto di tipo di lavoro, non vengono comunicati agli infermieri i quali sono costretti ad affrontare grandi momenti di stress».

L’appello dei sindacati

«Alla fine di questa emergenza chiediamo che vengano riviste tutte le delibere che riguardano l’organico negli ospedali – afferma D’Ambrosio -. Va subito previsto che gli organici non siano programmati al minimo assistenziale. Bisognerà procedere con una buona quota di assunzioni. Soprattutto perché, quando scoppierà la prossima epidemia, sarà meglio avere personale residente, preparato e che conosca già alla perfezione i protocolli».

«Appena finirà l’emergenza speriamo che i politici comprendano e provvedano alle assunzioni massicce di personale, altrimenti resteremo sempre nella condizione di trovarci impreparati – conclude Cosi -. Da domani in poi, invece, vorrei che tutti iniziassero a considerare una cospicua presenza infermieristica non come aumento della spesa, ma come risorsa per fronteggiare le emergenze che verranno dopo il Coronavirus».

Il parere degli esperti

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