Coronavirus, i rider lavorano con la paura: «Siamo un servizio essenziale, ma senza tutele»

«Dobbiamo scegliere se restare chiusi in casa e non avere i soldi per mangiare, oppure uscire per lavorare con il rischio di ammalarci»

La maggior parte dei ristoranti, nonostante il decreto del presidente del Consiglio dei ministri consenta di lavorare per il delivery, è chiusa. I pochi rider rimasti in giro per Milano si aggregano davanti ai supermercati. Queste persone, a bordo di una bici, vanno a ritirare la spesa per qualcuno che ha paura o non può uscire. E loro, i rider, hanno paura?


Non rispondono alle domande: è una situazione complicata e devono provare a guadagnare perché lavorano ancora a cottimo. Qualcuno ha la sciarpa tirata sulla bocca per provare a proteggersi. Altri, probabilmente, non hanno reale contezza dell’emergenza scoppiata in Italia.

Il loro, durante l’epidemia del Coronavirus, è uno dei lavori più esposti al rischio di contagio. «Non facciamo altro che parlare con cassieri e camerieri nei ristoranti, attraversare la città, portare la spesa o un pasto a casa delle persone – racconta Antonello Badessi, rider di 57 anni residente a Roma -. Chi ci assicura che il cliente al quale stiamo consegnando il cibo non sia in quarantena?». Il dubbio resta.

«Dobbiamo scegliere se restare chiusi in casa e non avere i soldi per mangiare, oppure uscire a lavorare con il rischio di ammalarci. E i rider non hanno il periodo di malattia retribuito – conclude Badessi -. Questa scelta avrebbe dovuto assumerla lo Stato: se davvero siamo uno di quei servizi essenziali che devono continuare a funzionare durante l’emergenza sanitaria, allora dovrebbero dotarci dei dispositivi di protezione».

Né le multinazionali per le quali lavorano, né le istituzioni hanno provveduto a fornir loro mascherine e guanti. «In questi ultimi giorni la categoria è finita nel caos – racconta Angelo Avelli del sindacato dei rider Deliverance, Milano -. Le consegne per il reparto ristorazione sono crollate, quelle per la spesa al supermercato, invece, sono schizzate alle stelle. Non tutte le piattaforme hanno entrambi i tipi di consegna e ci sono dei rider rimasti senza lavoro».

Avelli denuncia un altro problema che mina l’efficacia delle misure adottate dal governo: «Ci sono tanti colleghi di altre nazionalità che non capiscono ciò che sta accadendo. Semplicemente perché non hanno gli strumenti linguistici per comprenderlo. Nessuno si è preoccupato dei migliaia di rider non italiani che continuano a girare per le città senza aver compreso quali sono le precauzioni da prendere per fermare il coronavirus».

Avelli conclude: «A Milano ci siamo mossi autonomamente con una onlus. Abbiamo tradotto il decalogo del ministero in varie lingue. Ma se la politica ritiene davvero che il rider svolga servizio essenziale, che dia allora le tutele e non faccia rischiare la salute ai fattorini in bicicletta».

Il parere degli esperti

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