Il viceministro alla Salute Sileri: «Troppo pochi i vaccinati, AstraZeneca va dato anche agli over 55. L’importante è non morire» – L’intervista

Sorpreso dalla decisione di Aifa di limitare il vaccino Astrazeneca agli under 55, il viceministro invita alla cautela Bertolaso. E sul nuovo governo: «Draghi è un fuoriclasse: trovi 10 miliardi per i nostri anziani»

«Speriamo di venirne fuori in tempi rapidi». Il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, in questi mesi, si è battuto per la riapertura delle attività economiche, come i ristoranti, e non ha mai risparmiato critiche a un piano vaccinale che stenta a decollare. «Procede ma potrebbe andar meglio non tanto per colpa nostra quanto per la carenza di dosi. Abbiamo un numero estremamente basso di persone vaccinate: oggi sono 1.194.795 su una popolazione di oltre 50 milioni di persone. Tra l’altro, adesso, con gli over 80, entriamo nel vivo della campagna. La prima fase è stata relativamente semplice, ora invece sarà più complicato dal punto di vista organizzativo. Completeremo gli over 80 in tempi rapidi. In quattro settimane gran parte di loro saranno vaccinati».


Il vaccino Astrazeneca

Sileri si dice «sorpreso» dalla decisione di Aifa di limitare il vaccino di Astrazeneca agli under 55 visto che «estendendolo almeno di 10 anni avrebbe allargato la platea»: «Gli studi dimostrano che questo vaccino ha un importante effetto per ridurre ospedalizzazione e mortalità anche sopra i 55 anni. L’importante è non morire, questa è la priorità. Astrazeneca ha anche un’altro vantaggio, ovvero quello della conservazione del virus, basterebbe il frigo di casa».

A chi dice – per difendersi dalle accuse di aver somministrato il vaccino ad amici e parenti – di essersi trovato costretto perché, una volta scongelate, le dosi del vaccino Pfizer vanno usate in giornata (altrimenti rischiano di essere buttate), risponde a tono: «Può accadere con una dose, non con oltre 100 persone. Basterebbe farsi una lista di soggetti di “riserva” o addirittura cedere il vaccino “scongelato” ai ricoverati nelle strutture ospedaliere. Non credo che non ce ne siano. Mi sembra più che altro una scusa».

I furbetti del vaccino

Come denunciato dal capo dei medici Filippo Anelli e dalla Fondazione Gimbe, troppe sono le persone che, nella prima fase, sono già state vaccinate, pur non essendo operatori sanitari. A oggi si parla di 480.813 soggetti. Come è possibile? «Chi viene a contatto coi medici e lavora in ospedale è giusto che venga vaccinato. L’avvocato che lavora negli uffici amministrativi dell’ospedale così come il cappellano, dunque, ne hanno diritto. I medici in pensione no, salvo che facciano campagna vaccinale».

Quando gli sottoponiamo il caso dei 6 studenti siciliani vaccinati per volere della Regione Siciliana, Sileri resta allibito: «Non era prioritario. Se fossi stato al posto del rettore dell’università di Catania non avrei accettato di darli ai 6 giovani. Lo hanno fatto per dare l’esempio? Ma mi sembra prematuro visto che non stiamo vaccinando i ragazzi».

La Lombardia e le varianti

Sulla Lombardia, invece, «partita in ritardo», Sileri ricorda che è anche «la più popolosa», con 10 milioni di abitanti, ma non risparmia una lezione a Guido Bertolaso che ha promesso vaccini per tutti entro giugno: «Non farei mai annunci di questo tipo, possono sempre capitare degli imprevisti. I tecnici dovrebbero affidarsi al buon senso della vita reale. Non puoi dire che fra 4 mesi hai completato la campagna quando per le mani non hai molti vaccini».

E soprattutto serve non abbassare la guardia sulle varianti Covid che, ad oggi, preoccupano molto: «In Umbria siamo di fronte alla terza ondata. Le varianti preoccupano perché ognuna di queste richiede misure di contenimento sempre più forti. Ogni variante comporta un passo indietro perché non le conosciamo bene e non sappiamo che effetti possano avere sui vaccini».

Gli anticorpi monoclonali

«Se avessero ascoltato più il Sileri medico che il Sileri politico non saremmo arrivati in ritardo su alcune cose, avremmo potuto accelerare», sostiene. E, tra l’altro, di «aver dato il massimo durante il mio mandato, di non aver buttato un giorno della mia vita, nemmeno quando ero a letto malato, di aver battuto i pugni sul tavolo quando serviva». Le battaglie a cui ha creduto, alla fine, dice, di «essere riuscito a portarle a termine» ma alcune, come quella sugli anticorpi monoclonali, purtroppo sono state vinte con estremo ritardo.

«Ho parlato di questa cura prima a maggio, poi a ottobre direttamente con Aifa quando avevamo ricevuto un’offerta allettante, ovvero 10.000 dosi di anticorpi verosimilmente a titolo gratuito. Lì c’è stato un ritardo in Aifa, giustificato in parte dal fatto che non era provata l’efficacia con studi numericamente sufficienti. Era una strada da percorrere prima, senza dubbio, ma abbiamo recuperato», dice.

«Il rischio, che adesso si è trasformato in realtà visto il numero di richieste che ricevo, è che ci siano persone che chiedano continuamente “come faccio ad avere l’anticorpo monoclonale?”. Bisogna stabilire quando e come deve essere usato, altrimenti non solo facciamo sperpero di denaro pubblico ma creiamo pure attesa tra i pazienti. Sicuramente se mi avessero ascoltato, saremmo stati più avanti», aggiunge.

Ristoranti e palestre

Se c’è una battaglia che Sileri ha combattuto in solitaria è stata quella della riapertura dei ristoranti la sera in zona gialla. Lo dice da tempo. «Dobbiamo riaprire per mitigare l’impatto economico, per dare una boccata d’ossigeno ai proprietari dei locali. Servono, però, sanzioni severe, controlli rigidi e la consapevolezza che, se ci sono varianti, si chiude subito. Poi succede anche che vengano consegnate 20 pizze a domicilio nella stessa casa. Questo è un problema, lì non ci sono controlli, meglio allora andare al ristorante. Stesso discorso lo estendo alle palestre, riapriamole, anche lì con ingressi contingentati e limitando alcune attività».

Proprio oggi è saltato fuori il documento del Cts: palestre e piscine possono riaprire gradualmente e con tante regole e divieti. Sarà il nuovo governo a decidere se applicare il protocollo dal 6 marzo. Intanto stop alle docce e al via solo gli sport individuali. La «nuova normalità» potrebbe arrivare già nei prossimi mesi ma niente sarà come prima, questo è certo.

Tra l’altro, sottolinea Sileri, è arrivata l’ora di dire basta alla «demonizzazione»: «Se i ragazzi passeggiano ai Navigli, a Milano, con la mascherina correttamente indossata, che male c’è? Invece, se stanno vicini, senza protezione, non va bene. Sui giovani, quindi, anziché puntare il dito contro, servirebbe convincerli. Certo, bisogna pur dire che sono inaccettabili le feste con 20-30 persone in piena pandemia o quei giovani che, di ritorno dalle vacanze all’estero, hanno portato il virus in Italia».

Italiani bloccati in Brasile e Long Covid

Due i temi di cui si è occupato Open e a cui Sileri prova a dare una risposta. Il primo: i 1.500 italiani bloccati in Brasile a seguito dell’ordinanza del ministro della Salute che ha congelato tutto. Famiglie abbandonate in un Paese straniero con minori al seguito, un vero e proprio dramma in alcuni casi. «Basterebbe un tampone prima di partire, un altro all’arrivo e poi magari una quarantena in Italia», dice lui. Ma, al momento, niente si muove.

Sui pazienti long Covid, ovvero su chi ha avuto il virus ma denuncia ancora sintomi da Coronavirus che rendono la vita un inferno, è netto: «Il ministero sta lavorando a una serie di proposte. Come fai a non seguire queste decine di migliaia di pazienti con problemi polmonari, psicologici, che non dormono più la notte dopo essere stati settimane in terapia intensiva? Non sono affatto malati immaginari».

La crisi di governo

Sileri, che è vicino al M5s, parla poco di vicende di Palazzo perché è un “tecnico”, un medico prestato alla politica, che odia i pazienti «innamorati del dottor Google che spuntano in studio con idee stravaganti e ipotesi terapeutiche prese da internet». «Certo che ci sono rimasto male per questa crisi di governo, non posso negarlo. Il lavoro da fare era ed è ancora tanto. È come se avessero staccato la luce alla sala operatoria senza farmi finire l’intervento», ha detto.

Il sostegno al presidente del Consiglio incaricato Mario Draghi, adesso, è incondizionato: «È un fuoriclasse. Se lo incontrassi, gli direi “presidente, trovi 10 miliardi di euro per i nostri anziani così da rimodulare la spesa sanitaria”. Questo è il mio sogno nel cassetto». E se gli venisse proposto di continuare a fare il viceministro della Salute, non ci penserebbe due volte.

Foto in copertina: ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

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