Cosa sono e come nascono le varianti del coronavirus e perché l’unica difesa è il vaccino

Più facciamo circolare il virus e maggiori sono le possibilità che si formino varianti, alcune anche pericolose

Le varianti sono nate grazie ai vaccini? No! Dobbiamo far circolare il virus per renderlo innocuo nel tempo? No! Molte sono le assurdità che vengono diffuse online e da personaggi di dubbia caratura scientifica per alimentare la disinformazione sui vaccini e sulla Covid19 in generale. In questo caso, il tema delle varianti è molto dibattuto e per alcuni sarebbero delle mere invenzioni per prolungare l’emergenza sanitaria. Al contrario, tali informazioni scorrette non fanno altro che dare un sostegno al Sars-Cov-2 nella sua diffusione e nella formazione delle stesse varianti, mettendo a rischio soprattutto coloro che non sono vaccinati. In questo articolo spieghiamo come “nascono” le varianti, come come vengono classificate e il loro rapporto con i vaccini.

Cosa sono le varianti del coronavirus

State per stampare 100 copie di un vostro lavoro, ma dovete sapere che nessuna copia sarà mai uguale all’altra. Una avrà un foglio un po’ piegato in un angolo, una avrà una macchia dovuta alla lavorazione della risma di carta, e così via. I virus si replicano, si moltiplicano, e può capitare che venga riscontrato un “errore di copiatura”. La prima condizione che permette la “nascita” o la “formazione” di una variante è la possibilità di moltiplicarsi all’interno di un corpo, umano o animale.

Per la variante inglese (oggi Alpha) avevamo riportato le possibili origini in un articolo precedente:

Ci sono tre ipotesi. La prima è quella della provenienza dall’estero, probabilmente da un Paese dove non c’è un sistema di monitoraggio come quello britannico o danese. La seconda ipotesi è che sia emersa in qualche paziente immunodepresso con una malattia particolarmente lunga, con cariche virali molto alte, sottoposto a diverse dosi di plasma iperimmune e Remdesivir che potrebbero aver portato a una sorta di accelerazione dell’evoluzione virale. La terza ipotesi, che spiegherebbe questo shift evolutivo in un tempo così breve, potrebbe essere il passaggio da un ospite animale e un successivo rientro nell’uomo.

C’è da dire che le varianti sono molteplici, ma la maggior parte di loro non sono affatto preoccupanti e hanno un impatto minimo sulle proprietà del virus. Se non contenuto, permettendogli di infettare e diffondersi, rischiamo di riscontrare una “variante di interesse” o ritenuta preoccupante.

Come vengono classificate

Attualmente, le varianti del Sars-Cov-2 vengono classificate in tre modi:

  • Variants of Interest (VOI), o variante degna di nota. Si presume che possa ridurre le capacità dei trattamenti o un aumento della trasmissibilità. Coloro che hanno riscontrato precedenti infezioni e coloro che si sono vaccinati potrebbero riscontrare una riduzione della capacità neutralizzante da parte del loro sistema immunitario.
  • Variants of Concern (VOC), o variante di preoccupazione. Si presume una significativa riduzione delle risposte del sistema immunitario (da parte di coloro che hanno riscontrato precedenti infezioni o da coloro che si sono vaccinati). L’aumento della trasmissibilità risulta evidente, così come potrebbe scatenare la malattia in una forma più grave rispetto al normale. Potrebbe risultare problematica nel rilevamento diagnostico.
  • Variants of High Consequence (VOHC), o variante con elevate conseguenze. Può essere ritenuta più pericolosa rispetto alle altre varianti, anche perché sfuggirebbe al controllo epidemiologico.

Quali sono attualmente?

Al momento (in data 30 giugno 2021) le varianti che destano preoccupazione (VOC) sono quattro, nominate in questa maniera dall’OMS:

  • Alpha, ossia la variante inglese di Sars-CoV-2 (B.1.1.7)
  • Beta, ossia la sudafricana (B.1.351)
  • Gamma, la brasiliana (P.1)
  • Delta, quella indiana (B.1.617.2)

Quelle di interesse (VOI) sono:

  • Epsilon (B.1.427/B.1.429, Stati Uniti)
  • Zeta (P.2, Brasile)
  • Eta (B.1.525, da diversi Paesi)
  • Theta (P.3, Filippine)
  • Iota (B.1.526, Stati Uniti)
  • Kappa (B.1.617.1, India)
  • Lambda (C.37, Perù)

Cosa sono la variante Delta e la Delta plus

Come abbiamo potuto facilmente riscontrare, la variante Delta non è altro che la variante indiana riscontrata per la prima volta nell’ottobre del 2020. Risulta intrinsecamente più trasmissibile, determinando infezioni con cariche virali più alte. Per quanto la variante Delta Plus, emersa sempre in India e classificata dalla Sanità locale come preoccupante (VOC), non vi sono sufficienti informazioni per ritenere che lo sia davvero. Per approfondire:

Le varianti sono nate grazie ai vaccini?

Secondo i dati riportati nel sito dell’OMS, le varianti sono state riscontrate nel 2020 quando i vaccini non erano ancora stati autorizzati dall’EMA, dal Regno Unito o dall’FDA americano. La inglese (Alpha) venne individuata nel settembre 2020 e ancora non si stava vaccinando nel Regno Unito, nemmeno con AstraZeneca. La Delta, oggi particolarmente discussa, venne individuata in India nell’ottobre 2020. Risulta scorretto sostenere che queste varianti si siano sviluppate grazie ai vaccini come Pfizer, AstraZeneca, Moderna e Johnson & Johnson.

Chi ha avuto Covid19 è protetto dalle varianti?

Vista la classificazione, dobbiamo prestare attenzione perché alcune varianti potrebbero infettare e mettere in difficoltà il sistema immunitario anche senza sviluppare una forma di malattia grave. «Le reinfezioni sono fenomeno raro», come riporta anche la Fondazione Veronesi, ma ciò non significa che possano esserci dei problemi con future varianti:

Attenzione però a pensare che il monitoraggio delle varianti non serva perché la risposta cellulare eviti le reinfezioni. Pur essendo molto rare da qui in avanti sarà molto importante sequenziare il virus in quelle persone che si infettano, specialmente dopo la vaccinazione. Solo in questo modo sarà possibile sapere che tipo di virus abbiamo davanti e la sua eventuale capacità di evadere la risposta immunitaria. Una conoscenza necessaria per, eventualmente, “tarare” il vaccino con un richiamo disegnato sulle caratteristiche della variante.

I vaccini sono utili contro le varianti?

I dati attuali (data 30 giugno 2021) non mostrano problematiche per gli individui completamente vaccinati. Vi sono alcune circostanze in cui coloro che risultano aver ricevuto soltanto la prima dose di uno dei vaccini possa avere qualche difficoltà contro l’infezione con la variante Delta. Nel caso del Regno Unito, i casi positivi non hanno portato ad un aumento delle ospedalizzazioni e si riscontra l’importanza del completamento del ciclo vaccinale con le due dosi.

L’importanza dei vaccini

Come riportato in una lettera pubblicata su Nature lo scorso 21 giugno 2021 (citato su MedicalFacts), a firma Roberto Burioni ed Eric Topol, il corso naturale della pandemia è stato alterato proprio dai vaccini (in passato non abbiamo avuto questa possibilità) e viene valutato uno scenario: «in Paesi come gli Stati Uniti, dove il virus circola ancora e i vaccinati sono molti, il vantaggio maggiore per il virus deriverebbe da varianti in grado di infettare le persone vaccinate» precisando che questo «fatto che non si è ancora verificato».

A che serve, dunque, vaccinarsi? La redazione di MedicalFacts (sito di uno degli autori della lettera a Nature, Roberto Burioni) spiega che «la vaccinazione resta comunque fondamentale perché, non solo impedisce la malattia e il contagio, ma rende più difficile la comparsa di nuove varianti, in quanto diminuiscono la probabilità di contagio». Ecco perché, nella lettera di Nature, gli autori invitano a vaccinare, con vaccini efficaci, anche i cittadini di quei Paesi meno fortunati.

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