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Hantavirus, la ricerca li studia da 30 anni. Ecco quali difese abbiamo davvero

12 Maggio 2026 - 13:36 Gemma Argento
ricerca scientifica hantavirus
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ll focolaio sulla nave MV Hondius ha riacceso l’attenzione su una famiglia di virus rara ma potenzialmente letale che la scienza attenziona già da decenni. A che punto siamo e quanto dovremmo accelerare per un vaccino efficace?
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Il caso della MV Hondius ha riportato l’hantavirus fuori dal perimetro degli archivi scientifici e dentro una domanda molto concreta: quanto sappiamo davvero di questi patogeni poco frequenti, ma potenzialmente letali? A renderlo un campanello d’allarme non è soltanto la pericolosità del virus, ma il luogo in cui è emerso: uno spazio chiuso, in movimento, attraversato da persone destinate poi a rientrare in Paesi diversi. Da qui nasce la domanda più urgente: esiste oggi un vaccino capace di proteggerci dall’hantavirus? E quanto è vicina la ricerca a trasformare antivirali, anticorpi e candidati vaccinali in strumenti davvero disponibili?

L’oggetto di studio

Gli hantavirus sono una famiglia di virus a RNA, cioè virus che usano l’RNA come materiale genetico invece del DNA: in questa categoria rientrano molti virus noti, tra cui Coronavirus, l’influenza, HIV, Ebola, morbillo, poliovirus e appunto anche gli hantavirus. Questo non autorizza a paragoni azzardati con i virus che già conosciamo: a differenza del Covid-19, ad esempio, gli hantavirus non si trasmettono da persona a persona ma sono legati soprattutto al contatto con roditori infetti o ambienti contaminati. Essere dei virus a RNA inoltre non significa avere la stessa contagiosità, modalità di trasmissione e rischio pandemico. Non tutti gli hantavirus, poi, si comportano allo stesso modo. Gli studi sul tema parlano di hantavirus diffusi soprattutto in Europa e Asia, associati più spesso a sindromi emorragiche con interessamento renale; quelli presenti nelle Americhe possono invece provocare forme respiratorie severe, con difficoltà respiratoria acuta e un’evoluzione talvolta molto rapida. Il virus Andes, collegato al caso della MV Hondius, appartiene a questo secondo gruppo ed è considerato l’unico hantavirus per cui è documentata anche la trasmissione tra esseri umani, soprattutto in condizioni di contatto stretto.

Quasi 30 anni di ricerca

La ricerca sugli hantavirus non nasce con il caso della MV Hondius. Già alla fine degli anni Duemila la letteratura scientifica faceva il punto sui tentativi di sviluppare vaccini contro questa famiglia di virus: una review del 2009 dal titolo Approcci recenti nello sviluppo del vaccino contro l’hantavirus parla dei vaccini per hantavirus come di un campo già aperto e questioni irrisolte: «Sebbene le malattie da hantavirus possano essere pericolose per la vita» si legge, «e numerosi sforzi di ricerca siano focalizzati sullo sviluppo della prevenzione dell’hantavirus, nessuna terapia antivirale specifica è ancora disponibile e, in questo momento, nessun vaccino approvato dall’OMS ha guadagnato un’accettazione diffusa». Nello stesso anno un’altra revisione intitolata Vaccines for hantaviruses parla di «trasmissione all’uomo mediante aerosol di escrementi di roditori», con più di 20 forme di virus riconosciute, «alcune delle quali associate a una delle due gravi malattie umane: febbre emorragica con sindrome renale (HFRS) o sindrome polmonare da hantavirus (HPS)». A causa della distribuzione definita «globale» di hantavirus, il documento riportava di «sforzi per sviluppare vaccini sicuri ed efficaci». 

Le ultime ricerche

Da quel momento gli anni trascorsi fino al 2025 non hanno prodotto una soluzione definitiva e ufficiale alla diffusione del virus: la revisione pubblicata un anno fa è tornata a parlare del problema, spiegando come gli sforzi proseguano «da diversi decenni», definendo i progressi ottenuti come «significativi ma ancora incompleti». Alcuni candidati sono arrivati anche alla sperimentazione sull’uomo: nel 2024, uno studio di fase 1 pubblicato su Nature su vaccini a DNA contro Hantaan e Puumala virus ha mostrato un buon profilo di sicurezza e la capacità di indurre anticorpi neutralizzanti. Ma al momento il punto resta questo: per gli hantavirus delle Americhe, tra cui l’Andes virus, non esiste ancora un vaccino autorizzato e ampiamente disponibile. «Non si tratta di una minaccia virale altamente contagiosa che si trasmette per via aerea, quindi non è stata una priorità assoluta per i gruppi impegnati nella prevenzione delle pandemie”, ha affermato in queste ore Jay Hooper, virologo presso l’Istituto di ricerca medica sulle malattie infettive dell’esercito degli Stati Uniti e riportato dal New York Times. «È molto difficile condurre una sperimentazione clinica quando si ha solo un numero limitato di casi all’anno», spiega uno dei principali ricercatori di hantavirus all‘Università del Saskatchewan, Bryce Warner. «E al momento non si dispone di un numero sufficiente di persone per dimostrare un effetto significativo».

A che punto siamo con il vaccino

Alla luce della ricerca finora condotta, se oggi si volesse accelerare verso una soluzione contro gli hantavirus, non si partirebbe da una pagina bianca. La ricerca ha individuato nel corso degli anni alcune strade possibili, anche se nessuna è ancora diventata uno strumento disponibile su larga scala. 

La prima è quella dei vaccini: da anni vengono studiati candidati basati su diverse piattaforme, compresi i vaccini a DNA, cioè formulazioni che introducono nelle cellule le istruzioni genetiche per produrre una proteina virale e stimolare così la risposta immunitaria. Alcuni studi sono arrivati anche alla fase clinica sull’uomo: nello specifico quello di cui si parla in uno studio pubblicato nel gennaio del 2024 è un vaccino a DNA contro l’Andes virus: non contiene il virus intero ma una porzione di istruzioni genetiche progettate per far produrre alle cellule una proteina virale riconoscibile dal sistema immunitario. L’obiettivo dichiarato dagli scienziati è stato quello di “addestrare” l’organismo a reagire prima che il virus vero possa causare la malattia. In questa sperimentazione di fase 1, condotta su un piccolo gruppo di adulti sani, il candidato vaccino è risultato sicuro e capace di stimolare una risposta immunitaria: secondo il documento, con alcuni schemi di dosaggio, più dell’80% dei partecipanti ha sviluppato anticorpi neutralizzanti, cioè anticorpi in grado di legarsi al virus e impedirgli di entrare nelle cellule.

I problemi legati al vaccino

Il punto è che una fase 1 non basta a dimostrare che un vaccino protegga davvero dalla malattia nella popolazione generale ma serve a verificare soprattutto sicurezza e risposta immunitaria. Per diventare uno strumento utilizzabile, il vaccino dovrebbe essere valutato in studi più ampi. Nel caso dell’Andes virus c’è poi un altro limite pratico: il vaccino testato non sembra funzionare con una sola somministrazione, ma richiederebbe almeno tre dosi.

Sulle tempistiche, in condizioni ordinarie, il percorso da una fase 1 all’autorizzazione può richiedere diversi anni. Nel caso degli hantavirus, la rarità dei casi rende il percorso ancora più complesso: dimostrare che un vaccino protegga davvero richiede numeri, sorveglianza e investimenti difficili da costruire su un’infezione che compare solo sporadicamente. Per questo il vaccino a DNA contro Andes virus può attualmente rappresentare una base promettente ma di certo non una soluzione dietro l’angolo.

La soluzione degli antivirali

La seconda strada è quella degli antivirali. Al momento, le autorità sanitarie indicano che non esiste una terapia specifica approvata che curi l’infezione da hantavirus: il trattamento resta soprattutto di supporto, con monitoraggio clinico, gestione delle complicanze respiratorie, cardiache o renali e, nei casi più gravi, supporto ventilatorio o intensivo. Proprio per questo alcuni gruppi stanno studiando farmaci già esistenti, come il favipiravir, per capire se possano essere riposizionati contro alcuni hantavirus. È una via potenzialmente più rapida rispetto allo sviluppo di una molecola completamente nuova, ma anche qui il passaggio dalle cellule o dai modelli sperimentali ai pazienti resta decisivo.

Gli anticorpi monoclonali

La terza pista riguarda gli anticorpi monoclonali, cioè anticorpi selezionati e prodotti in laboratorio per riconoscere in modo mirato il virus. Alcuni gruppi li hanno isolati da persone guarite dall’infezione e li hanno testati in modelli animali, con risultati incoraggianti. L’interesse di questa strategia è doppio: potrebbe servire sia come trattamento precoce nelle persone esposte o appena infettate, sia come protezione temporanea in contesti ad alto rischio. Ma anche in questo caso siamo ancora prima della disponibilità clinica: servono studi più grandi e dati solidi su efficacia e sicurezza nell’uomo.

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