Una crisi di governo all’insegna delle citazioni: da Federico II alla filosofia di Buber. E Salvini sbaglia la traduzione latina

Caro Matteo, tu che «ispiri la tua azione alle concezioni sovraniste, permettimi di richiamare il pensiero di un sovrano illuminato, Federico II di Svevia». I richiami culturali di Giuseppe Conte e le risposte tra sacro e profano di Salvini

Sembra una battaglia fuori dagli schemi della bagarre politica attuale. Ormai abituati alla spigliatezza e alla semplicità di un linguaggio da social network, Cicerone citato in risposta ad Habermas riporta il dibattito parlamentare ai tempi della prima Repubblica. Con la Madonna e il Papa a fare da scudi alle accuse pesanti di Giuseppe Conte, Matteo Salvini preferisce controbattere attaccando Renzi, Saviano, Travaglio: in un botta e risposta che alterna punte filosofiche e cenni di populismo. Ma procediamo con ordine.

Introduce Conte: Federico II di Svevia

Il già ribattezzato “avvocato degli italiani” cita lo Stupor Mundi, Federico II, imperatore del Sacro Romano Impero. «Quantunque la nostra maestà sia sciolta da ogni legge, non si leva tuttavia essa al di sopra del giudizio della ragione, che è la madre del diritto». Il sovrano, protagonista indiscusso della prima metà del XIII secolo, scrisse questa frase nel De arte venandi cum avibus per rimarcare che, benché la sua legittimazione e il suo potere fossero di natura divina e svincolati da ogni sorta di giurisdizione, il suo governare sarebbe stato illuminato dalla ragione e dal diritto. Conte lo ha citato per redarguire le tendenze sovraniste e autoritarie che, a suo avviso, avrebbero animato l’azione politica di Salvini.

Habermas e il Tempo di passaggi

Dalla storia, alla sociologia. Il presidente del Consiglio, ormai dimissionario, chiama in causa Jürgen Habermas. Il filosofo, storico e sociologo tedesco cresciuto nella Scuola di Francoforte ha scritto molto sulle società contemporanee e il ruolo delle istituzioni, la cui legittimità è minacciata da nuovi scenari poco democratici. Ma Conte ne parla anche perché il tedesco è stato un teorico dell’inclusione dell’altro. Habermas ha analizzato i meccanismi di formazione del consenso politico e, il curatore della raccolta citata da Conte, Tempo di passaggi, edita da Feltrinelli, dice: «Viviamo processi di trasformazione politica e culturale, nei quali col diritto si può subordinare l’aggregazione negoziale degli interessi e delle preferenze all’idea di giustizia e alla realizzazione dei diritti umani».

Martin Buber e la necessità del dialogo

Sempre in contrasto sul tema dell’accoglienza, Giuseppe Conte conte cita «liberamente» il filosofo viennese, profondo sostenitore del dialogo e dell’apertura verso l’altro. «La politica è davvero quella nobile arte che consente di perseguire percorsi di razionalità nel riconoscimento delle diversità». Nel suo capolavoro, Ich und Du, “Io e Tu”, Buber sostiene che il dialogo sia fondamentale, radicato sull’Io-tu, in contrapposizione all’Io-esso caratteristico dei monologhi e che rende il mondo e gli esseri umani oggetti. L’opera più celebre di Buber si sviluppa sul rapporto tra se stessi e gli altri: il dialogo è incontrare, riconoscere, nominare l’altro, attività alla base di una relazione autentica tra esseri umani. Il monologo, invece, reifica gli altri, i quali vengono utilizzati più che conosciuti.

Salvini risponde con Cicerone, la Madonna e i santi, ma prende il debito in latino

Meno ricercate le citazioni che il leader della Lega sfodera per controbattere all’orazione di Conte. E, a proposito di arte oratoria, il primo peso massimo tirato in ballo da Salvini è proprio Cicerone. Nell’exordium, decisamente ex abrupto, cita: «Libertà non è avere un padrone giusto, ma non avere nessun padrone». Poco dopo, il ministro fornisce la sua chiave interpretativa: «Io non voglio l’Italia schiava di nessuno». Dopo il passaggio, ormai un must, del «cuore immacolato di Maria» (qualche attimo prima aveva preso a baciare animatamente un rosario), Salvini mostra le stimmate di un latino lacunoso: cita la locuzione di Virgilio «Omnia vincit amor», ma sbaglia la traduzione. «L’amore vince sempre», dice il leghista, mentre il significato del passaggio che si trova nella X egloga delle Bucoliche è «L’amore vince tutto».

Omnia vincit…

Salvini omette il prosieguo «et nos cedamus amori», letteralmente «arrendiamoci all’amore», che avrebbe potuto mostrarlo come troppo benevolente nei confronti del premier. E riprende il refrain che caratterizza ormai da tempo la sua comunicazione politica: «Renzi, Boschi, Saviano, Travaglio», citati a più riprese in ordine sparso. «Voi citerete Saviano e io San Giovanni Paolo II e questi diceva: “La fiducia non si ottiene con le sole dichiarazioni. La fiducia bisogna meritarla con fatti concreti”», afferma Salvini, prima di lanciare un mezzo dietrofront e proporre al Movimento 5 Stelle di tornare a essere alleati per «completare il programma» di governo. Ma ormai è troppo tardi: Conte ha scelto di rimettere il mandato nelle mani di Sergio Mattarella.

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