Coronavirus, il primario del Sacco di Milano: «Circolava da settimane. L’emergenza ora è per i ricoveri in ospedali»

«I quadri clinici gravi non fanno pensare che l’infezione sia recente. Il virus circolava già prima di fine gennaio», sostiene il professor Massimo Galli

Dall’inizio dell’emergenza Coronavirus in Italia, il numero di pazienti contagiati dal virus si attesta, ad oggi (1 marzo), complessivamente a 1.128 casi. Un numero che è cresciuto esponenzialmente in soli otto giorni, anche come conseguenza dell’elevato numero di tamponi effettuati sui pazienti con sintomatologia sospetta COVID-19-correlata. 


Complessivamente, inoltre, si sono registrati 29 decessi e 50 guarigioni. Tuttavia, l’emergenza coronavirus sta comunque mettendo in ginocchio diverse strutture ospedaliere del Nord Italia, tra assenza di posti letto, carenza di personale medico – sanitario – assistenziale e di turnazione, nonché carenze di dispositivi di “schermatura” del virus (mascherine) nei pazienti positivi e di strumenti diagnostici (tamponi).

E non c’è da sorprendersi se il primario di infettivologia dell’Ospedale Sacco di Milano, il professor Massimo Galli, si dica «preoccupato» per questa emergenza. Perché il coronavirus in Italia «ha dimostrato di aver eluso i criteri di sorveglianza. L’epidemia ha a tutti gli effetti conquistato una parte d’Italia – ha spiegato in un’intervista al Corriere della Sera –  e ci troviamo a dover gestire una grande quantità di malati con quadri clinici importanti».

«I casi complessi non non fanno pensare che l’infezione sia recente»

E questi casi complessi, prosegue il professor Galli «non fanno pensare che l’infezione sia recente. È verosimile che i ricoverati abbiamo alle spalle dalle due alle quattro settimane di tempo intercorso dal momento in cui hanno preso il virus allo sviluppo di sintomi molto seri». Insomma, il virus avrebbe dei tempi di incubazione e di sviluppo ben più elevati rispetto a quanto ipotizzato in precedenza: «Il COVID-19 ha più fasi e si esprime nella sua massima gravità anche a 7-10 giorni dalla comparsa dei primi sintomi». 

È altamente ipotizzabile che il virus «sia entrato in Italia prima che si cominciasse a ostruirgli la strada con la chiusura dei voli dalla Cina – prosegue il primario di infettivologia del Sacco – La penetrazione nel nostro Paese è precedente: circolava già prima della fine di gennaio, anche a giudicare dall’impennata di questi ultimi giorni. Sono tutti contagi vecchi per la maggior parte. Risalgono agli inizi di febbraio, qualcuno anche a prima». 

«La situazione è francamente emergenziale dal punto di vista dell’organizzazione sanitaria»

Ma il vero problema si registra nelle strutture mediche pubbliche, nei reparti di infettivologia, negli ospedali. Perché sebbene diversi esperti in virologia abbiano definito il fenomeno «poco più seria di un’influenza», è altresì vero che il numero delle persone ricoverate nelle strutture pubbliche, stando ai dati forniti dal capo della Protezione Civile Angelo Borrelli il 29 febbraio, è di 401 ricoverati con sintomi e 105 ricoverati nei reparti di terapia intensiva.

E se si aggiunge il fatto che medici e operatori sanitari operanti in tali strutture siano costantemente esposti al rischio di contagio «la situazione è francamente emergenziale dal punto di vista dell’organizzazione sanitaria. È l’equivalente dello tsunami per numero di pazienti con patologie importanti ricoverati tutti insieme», spiega il professor Galli. 

Certo, «poteva capitare ovunque e non ci sarebbe stata differenza». Ciò non toglie che «la maggior parte dei pazienti risultati positivi vada incontro alla guarigione e alla remissione dei sintomi. Ma nel mentre ce ne sono tanti, troppi, da assistere». E se «le aree metropolitane finora sono rimaste fuori dalla zona rossa, si spera restino così», chiosa il professor Galli.

 In copertina: Il Messaggero | Il professor Massimo Galli, primario di infettivologia dell’Ospedale Sacco di Milano

Il parere degli esperti

Leggi anche: