Coronavirus: Usa, Cina e gli altri. Tutti contro tutti sull’origine del virus

Il gigante asiatico vuole allontanare da sé il virus e dopo averlo sconfitto nelle città, a partire da Wuhan dove si sono azzerati i nuovi casi, adesso vuole farlo anche nell’immaginario collettivo. Con i casi che montano negli Stati Uniti e in odor di elezioni, Donald Trump vuole fare altrettanto

«Il mondo sta pagando un prezzo molto alto per quello che hanno fatto». Donald Trump non vuole che gli americani dimentichino che la pandemia di coronavirus è nata in Cina e che se oggi negli Stati Uniti si contano oltre 11mila casi la responsabilità è anche – o soprattutto – della Cina. «Potrebbe essere stato fermato proprio da dove proviene» ha incalzato in conferenza stampa giovedì il presidente americano, alludendo al ritardo con cui sono stati comunicati i primi casi. Anche se, come ha verificato la stampa americana, a fine gennaio il presidente americano era al corrente di ciò che accadeva dall’altra parte del mondo e si vantava di avere «l’epidemia sotto controllo». 


Il virus non è ancora passato, ma gli Stati già si attivano per scriverne – ed eventualmente riscrivere – la storia. Lo fa Donald Trump negli Stati Uniti. Lo fa Russia che, come racconta un rapporto dell’Unione europea trapelato alla stampa, porta avanti le consuete attività di destabilizzazione delle democrazie occidentali, esagerando le difficoltà che stiamo affrontando e cercando di seminare discordia sui social. Lo fa anche la Cina, dove è in atto una campagna di comunicazione per “igienizzare” la propria immagine dopo che l’esplosione della pandemia globale nella regione di Wuhan e la sua successiva diffusione nel mondo l’avevano sporcata. 

I tentativi cinesi di ribattezzare il virus per riscrivere la storia

Il momento è propizio: a Wuhan, epicentro originario dell’epidemia, i nuovi casi sono scesi a zero (mentre l’Italia ha ormai superato ufficialmente la Cina per il numero complessivo di morti). Il picco ormai sembra essere alle spalle. Da una parte i media di stato cinesi enfatizzano gli aiuti dati ai vari paesi alle prese con l’epidemia – dal Pakistan all’Iran passando per l’Italia, dove la delegazione cinese è stata calorosamente accolta – «nonostante le proprie difficoltà», sottolineando anche i tanti gesti d’altruismo (indubbiamente apprezzabili) compiuti dalle comunità cinesi nel mondo.

Dall’altra invece si cerca di offuscare le origini del virus, insinuando il dubbio che non sia davvero riconducibile al mercato di Wuhan. Ci ha pensato l’epidemiologo Zhōng Nánshān, che in conferenza stampa il 27 febbraio ha aperto alla possibilità che il virus non fosse nato in Cina. Lo ha ripetuto un portavoce del ministero degli Esteri cinese Lijian Zhao il 4 marzo, dichiarando che l’investigazione nelle origini del virus sono ancora aperte e ribadendo ulteriormente il concetto il 12 marzo. 

L’opera di revisionismo passa non soltanto attraverso gli organi di stampa ufficiali, ma anche la diplomazia. In Francia il quotidiano cattolico La Croix scrive che l’ambasciata cinese in Giappone ha ricevuto l’ordine di far riferimento al coronavirus come il “virus giapponese”, mentre gli ambasciatori cinesi sono stati istruiti da Pechino di ripetere lo stesso messaggio di Lijian Zhao: «Malgrado i primi casi siano stati registrati in Cina, stiamo ancora indagando sulle origini del virus…».

Nel frattempo in Cina viene pubblicato un libro per spiegare come il socialismo made in China e la leadership di Xi Jinping abbiano fornito le condizioni ottimali per il debellamento del virus (il libro verrà tradotto in sei lingue). Una sorte opposta è toccata allo scrittore premio nobel Mario Vargas Llosa, reo di aver duramente criticato la gestione della pandemia da parte delle autorità cinesi in un articolo su El Pais. L’ambasciata cinese a Lima, in Perù, ha subito criticato l’articolo («irresponsabile») e dopo poco i suoi libri sono spariti dai punti vendita online cinesi, come la piattaforma Dangdangwang. 

Nel frattempo il presidente americano continua imperterrito a chiamare il coronavirus il “virus cinese”, sostenendo che non si tratti di un appellativo razzista, infischiandosene di chi lo accusa di voler distogliere l’attenzione dai ritardi con cui gli Stati Uniti si sono occupati della pandemia e ignorando anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità che mercoledì, tramite un suo rappresentante, ha lanciato un avvertimento: «Così si finisce per alimentare il razzismo. Nell’epidemia non ci sono colpe».

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