Coronavirus, come funzionano i test sierologici per ottenere la “patente di immunità”. L’Iss: «Risposte sui criteri entro pochi giorni»

Saranno test essenziali nella fase due, per capire chi può tornare alla normalità senza il rischio di contagiare altre persone. Ma sono ancora in fase di sperimentazione

Da quando è scoppiata la pandemia da Coronavirus in Italia la sua diffusione è stata accompagnata dal timore e dal sospetto che il numero reale di persone contagiate fosse molto più alto del totale di casi positivi effettivamente confermati. Un problema che si era intuito già dai primi casi di pazienti asintomatici – ovvero senza sintomi – in Cina ma che è diventato più urgente con la caccia al “paziente 0”, mai conclusa, e con l’esplosione dei contagi in Lombardia. Con i test sierologici però sarà possibile non soltanto verificare se una persone è stata positiva al Covid in passato, ma anche valutare se e come ha sviluppato l’immunità, contribuendo così anche a rispondere a un’altra domanda che assilla gli scienziati: una volta guariti, ci si può riammalare?

Iss: Risposte «in tempi brevi»

Il presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli ha dichiarato che ci saranno risposte «in tempi brevi» ed in «pochi giorni» in merito alla validazione dei test sierologici da poter usare su un campione di larga scala. La validazione avverrà «sulla base di 4 criteri – ha spiegato – e dovranno essere test con una valenza nazionale, in modo che non vi sia il rischio di difformità tra le varie Regioni». I criteri sono:

  • le fasce d’età
  • le aree territoriali, anche sulla base della valenza epidemica
  • la differenza di genere uomo-donna
  • i profili lavorativi, anche in relazione alle attività di maggiore valenza strategica per la fase 2

Non si tratta di un tampone

A differenza dei tamponi, che misurano la presenza del virus nelle secrezioni, il test sierologico analizza il sangue. Potrebbero bastare anche le gocce di sangue su un dito, nei test rapidi, altrimenti servirà fare un prelievo. Non sono test diagnostici, nel senso che non servono a rilevare la presenza del Covid nel sangue di un paziente in un determinato momento, ma piuttosto servono a ricreare “la storia” del paziente per capire se in passato è entrato in contatto con il Coronavirus oppure no.

Si può ottenere questo risultato andando a cercare la presenza degli anticorpi specifici per il Sars-Cov-2, noti come anticorpi IgM, che vengono prodotti con l’infenzione ancora in corso e tendono a scomparire dopo qualche settimana, oppure le immunoglobine IgG, che invece compaiono in seguito e rimangono nel corpo a lungo, potenzialmente anche per interi mesi. La loro presenza associata a un tampone negativo potrebbero dare la garanzia che una persona non si possa riammalare di Covid, almeno nel breve termine, permettendo quindi il ritorno per loro a una vita normale e al lavoro, in maggiore sicurezza.

Serviranno anche per capire l’estensione del contagio e l’incidenza della mortalità in tutto il territorio. Per il momento sono in fase di studio e di sperimentazione in varie regioni e in alcuni casi sono stati fatti i primi test anche sul personale sanitario. A breve si passerà invece a sperimentarlo su altri gruppi a minor rischio rispetto a medici ed infermieri, per valutare la vera efficacia dei test e il loro potenziale.

Il parere degli esperti:

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