Coronavirus, Mantovani: «Nessun vaccino migliore di un altro. Si acceleri con il via libera»

Lo scienziato italiano tra i più influenti nel mondo ha reso noto, insieme all’Accademia dei Lincei, un documento scientifico che raccoglie tutte le conoscenze finora a disposizione sui candidati vaccini

Le sperimentazioni dei candidati vaccini anti Covid continuano a correre e il professor Alberto Mantovani, uno dei più influenti scienziati italiani nel mondo, direttore scientifico dell’Istituto Humanitas di Milano e professore emerito dell’Humanitas University, continua a credere in una scienza «che può fare miracoli». Le possibilità e allo stesso tempo i dubbi sulle sperimentazioni attualmente in corsa, hanno spesso alimentato non poca confusione in un dibattito che, tuttora, rischia di uscire fuori dal seminato scientifico.


È per questo che Mantovani, insieme al professor Guido Forni e a esperti come Rino Rappuoli, ha deciso di diffondere un documento scientifico attraverso il quale condividere tutte le conoscenze accademiche in merito a un tema così complesso come quello dei vaccini. Un’iniziativa che senza dubbi mira a valorizzare la responsabilità sociale della scienza e che vede nel documento dell’Accademia dei Lincei la possibilità di un riferimento chiaro e competente.

«Al momento nessun vaccino migliore dell’altro»

Intervistato da Open agli inizi della seconda ondata, il professor Alberto Mantovani aveva più volte ribadito quanto la ricerca vaccinale dovesse avere i due unici obiettivi di una formula «efficace ma anche sicura», ora, alle porte di un via libera definitivo degli enti regolatori, dichiara al Corriere la necessità «un’approvazione accelerata». Nonostante la discesa della curva dei contagi, l’emergenza è di fatti ancora presente, basti pensare «alle vittime numerosissime» e al caro prezzo pagato in futuro «sull’incidenza dei tumori», aspetti ancora troppo rilevanti che il professore invita a non sottovalutare.

La sicurezza certo rimane secondo Mantovani uno dei punti da tutelare e garantire, ma lo scienziato non esita nel rassicurare i più dubbiosi. «I vaccini in dirittura d’arrivo saranno stati sperimentati su decine di migliaia di persone, con effetti collaterali a tutt’oggi accettabili», spiega, considerando un forte passo avanti anche la notizia arrivata nelle ultime ore dal Regno Unito. L’approvazione del vaccino Pfizer da parte dell’ente regolatore britannico, fa del Regno Unito il primo Paese occidentale ad autorizzare la diffusione di una formula, che per questa ragione potrebbe dunque essere considerata attualmente superiore alle altre candidate. A questo proposito però Mantovani chiarisce: «Non c’è al momento un vaccino migliore dell’altro».

«Con i dati di due soli mesi di osservazione nella fase 3 non possiamo fare confronti», continua a spiegare il professore, sottolineando come il bisogno più urgente sia quello di avere un vaccino che garantisca una copertura almeno di un’intera stagione invernale. «Nessuna delle formule candidate assicura ad oggi la protezione per il 100% della popolazione» aggiunge lo scienziato, considerando un vantaggio il fatto che al momento ne esistano più di una e di differente tecnologia di sperimentazione. Una valutazione che sembra confermare la strategia di acquisto europea dichiarata dalla stessa presidente della Commissione Ursula Von der Leyen: garantirsi ora la fornitura di vaccini più differenti possibili per non trovarsi sprovvisti quando gli enti regolatori si esprimeranno.

«Preparare i freezer non basterà»

È sul Piano vaccinale presentato dal ministro Speranza che il professor Mantovani ripone le sue preoccupazioni. I dubbi sulla reale efficacia non sono tanto sulla capacità di monitoraggio, per cui lo scienziato si dichiara «tranquillo», quanto sull’aspetto organizzativo, «da sempre un problema nel nostro Paese». La logistica della distribuzione e conservazione è uno dei temi centrali viste le specifiche condizioni, soprattutto di temperatura, a cui le fiale in arrivo avranno bisogno di essere tenute per mantenere la propria efficacia.

Ma a questo proposito il professore invita a fare un passo oltre. «Se si pensa solo a disporre spazi e frigoriferi si sta sbagliando» spiega. «Mi auguro che gli aspetti organizzativi siano accompagnati da una campagna di formazione e informazione». Un invito, ancora una volta, a una profonda consapevolezza della responsabilità di ognuno: «Se non si prepareranno i cervelli e i cuori alla campagna vaccinale, temo che andremo a sbattere», conclude.

Ancora cauti sulla non contagiosità dopo il vaccino

Su una questione di dibattito scientifico ancora aperta il professor Mantovani resta cauto: «Non sappiamo ancora con certezza se chi sarà vaccinato rimarrà contagioso o meno», dice, sottolineando come i dati della ricerca per il momento non consentono di avere le idee chiare in proposito. L’ipotesi «più ragionevole da fare» per il professore è quella di una contagiosità effettivamente ridotta. «Se un vaccino protegge il settanta per cento della popolazione contro l’infezione e la malattia – spiega -, è ragionevole pensare che le stesse persone non potranno trasmettere il virus». Una possibilità che per quanto plausibile è ancora tutta da accertare.

«Senza vaccino, l’infezione naturale insufficiente all’immunità di gregge»

Sulla necessità di un vaccino come unico modo per poter raggiungere l’obiettivo dell’immunità di gregge in modo efficace e sicuro, Mantovani non ha dubbi. «Si è diffusa l’idea che l’infezione naturale sia un buon “allenamento”, ma non è così», spiega in riferimento a chi pensa che ammalarsi in modo naturale possa avere maggiori risultati immunitari rispetto a quelli garantiti da una formula ad hoc. «Ad esempio, il morbillo azzera la memoria immunologica verso altri agenti infettivi per due anni. Se faccio il vaccino sono protetto dal morbillo e ho al contempo una riduzione dell’incidenza di altre infezioni respiratorie». Una potenza di intervento dunque superiore che deve ora essere considerata come strada principale da battere. «I vaccini hanno questo potere straordinario: “allacciano la cintura di sicurezza” a chi non lo può fare da solo, come i 1.500 bambini malati di cancro che oggi vivono nel nostro Paese».

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