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Biennale, la fondatrice delle Pussy Riot a Open: «Buttafuoco? Uomo piccolo come Putin. A Venezia dovrebbe esserci solo l’arte dei dissidenti russi»

12 Maggio 2026 - 14:43 Alessandra Mancini
La fondatrice del collettivo femminista punk-rock russo ha organizzato nei giorni scorsi una protesta davanti al padiglione di Mosca a Venezia. Nadya Tolokonnikova a Open: «Ancora una volta abbiamo messo in difficoltà la macchina della propaganda del Cremlino»
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Prima ancora delle performance, dei brindisi e delle code davanti ai padiglioni, alla Biennale di Venezia sono arrivate le proteste. Da mesi il nodo della presenza russa – tra chi ne chiede l’esclusione per l’invasione dell’Ucraina e chi la difende in nome di una cultura che dovrebbe restare «uno spazio aperto» – alimenta polemiche, tensioni e prese di posizione sempre più accese. Oltre alle ormai note dichiarazioni istituzionali e alle dimissioni della giuria, a mobilitarsi sono state anche le Pussy Riot, collettivo artistico femminista punk-rock bandito in Russia, che insieme alle ucraine Femen hanno organizzato un blitz davanti al padiglione di Mosca nei giorni della pre-apertura della manifestazione d’arte. «Siamo riuscite a rubare la scena alla Russia, mostrando la nostra rabbia e resistenza», dice a Open Nadya Tolokonnikova, fondatrice del gruppo russo, arrestata e incarcerata nel 2012 per aver eseguito una “preghiera punk” nella Cattedrale di Cristo Salvatoredi Mosca contro Putin e la chiesa ortodossa. Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, però, non arretra. Per evitare possibili tensioni con la Commissione europea, che ha minacciato la sospensione dei finanziamenti, il padiglione russo resterà “chiuso”. L’accesso agli spazi fisici non sarà infatti consentito per tutta la durata della Biennale, ma il progetto The Tree Is Rooted in the Sky verrà mostrato tramite una proiezione esterna, senza la presenza degli artisti.

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Courtesy Pussy Riot / Asimov media | La fondatrice della Pussy Riot, Nadya Tolokonnikova, a Venezia

«Mosca ha utilizzato le nostre immagini, ma in Russia è un reato»

La protesta delle Pussy Riot ha avuto eco internazionale. Video e immagini hanno fatto rapidamente il giro del mondo, spingendo il team del padiglione russo a reagire. Più che una replica, spiega l’attivista, si sarebbe però trattato di un tentativo di «appropriarsi della nostra azione». Prima con la pubblicazione di un video in cui membri dello staff indossano gli iconici passamontagna rosa del collettivo, poi inserendo immagini della protesta nella programmazione ufficiale della Biennale. «Un tentativo patetico di recuperare credibilità dopo essere stati “superati” da un collettivo punk femminista capace, ancora una volta, di mettere in difficoltà la macchina propagandistica russa», denuncia Tolokonnikova. «Immagino abbiano avuto una riunione con i loro comandanti dell’Fsb – prosegue – e il loro piano per mascherare la vergogna è stato far sembrare tutto parte del progetto ufficiale».

E mentre il collettivo può creare «arte ed espressione reale con note di libertà, rabbia e bellezza», il regime russo invece, sottolinea ancora la fondatrice delle Pussy Riot, «può solo appropriarsi» di ciò che non riesce a creare spontaneamente. Con questa operazione, il padiglione di Mosca – secondo Nadya – si sarebbe però «intrappolato da solo». In Russia, infatti, il gruppo è stato classificato come «organizzazione estremista» per la sua opposizione a Putin e la semplice diffusione dei suoi simboli può essere perseguita penalmente (articoli 20.29 e 282.2). «Forse sarò la prima persona nella storia a denunciare per estremismo un’organizzazione che ho creato io stessa – spiega -, ma è il momento per la curatrice Anastasia Karneeva e per l’inafferrabile presidente Buttafuoco di imparare una lezione sulla “censura” e sulla “libertà di dialogo” che tanto spesso proclamano».

Chi può rappresentare l’arte russa? 

Il ritorno della Russia alla Biennale, dopo l’assenza nel 2022 e nel 2024, va però oltre la dimensione artistica. Riguarda anche il modo in cui si occupa uno spazio e si prende posizione al suo interno. La domanda, avanzata da più parti, è diretta: che senso ha ospitare un Paese in cui arte e cultura sono sottoposte a censura e repressione? In Russia, infatti, la libertà di espressione di artisti e intellettuali è fortemente limitata e il dissenso non trova spazio. Di conseguenza, la libertà artistica viene di fatto annullata. Ma chi può, allora, rappresentare oggi l’arte russa? Per Tolokonnikova la risposta è una sola. «Gli unici che ne hanno il diritto sono i prigionieri politici che hanno combattuto il regime di Putin e sostenuto l’Ucraina. Al momento ci sono più di 50 artisti nel nostro catalogo, ma il lavoro è ancora in corso».

È questa la proposta su cui sta lavorando per la Biennale del 2028, già formalizzata in una lettera inviata a Buttafuoco. Ma il presidente della Biennale si rifiuta di incontrarla. «Io ho cercato attivamente di contattarlo, inviandogli email e dichiarazioni scritte nel mio ruolo di fondatrice delle Pussy Riot e come membro dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ed ex prigioniera politica. Ma niente», dice. Per questo, il 7 maggio è andata negli uffici della Fondazione. «Ho chiesto di parlare con lui, per chiedergli perché mi stava evitando. Centinaia di manifestanti mi hanno seguita, ma siamo stati immediatamente bloccati dalla polizia. Alla fine ci hanno detto che il “capo” voleva parlarmi: se fossi entrata da sola, avrebbe parlato. Sono entrata solo con mio marito, e hanno fotografato i nostri documenti». L’incontro, però, non si è concretizzato. «Un membro del suo staff mi ha chiesto di scrivere a penna una lettera. Ero lì, seduta per terra, a inseguire il presidente come un topo – una vera “apertura al dialogo”, come dice sempre Buttafuoco, insomma», aggiunge.

Pussy Riot / Nadya Tolokonnikova | La lettera inviata a Buttafuoco, 2026

«Cosa ha ottenuto Buttafuoco da Mosca?»

Sul piano politico e simbolico, la posizione della fondatrice delle Pussy Riot è netta: «L’eredità di Buttafuoco sarà una macchia sulla Biennale, forse la fine della rilevanza che ha avuto nel mondo dell’arte negli ultimi decenni. E per cosa?» domanda. «Che cosa avrebbe ottenuto dalla Russia di così importante?». Nelle scorse settimane, Open aveva riferito delle mail scambiate tra la Fondazione e gli organizzatori russi. Conversazioni su cui la realtà veneziana aveva chiarito di non aver rilevato irregolarità. «I russi, però, – continua la leader del gruppo – non sono così ingenui da corrompere qualcuno in modo esplicito. Eppure qualcosa lui l’ha ottenuta: visibilità, attenzione mediatica, forse un trattamento privilegiato quando torna nella sua amata “Leningrado”, come la chiama lui. Chi lo sa. Ma credo che il mondo oggi colga tutta la sua debolezza, la sua pochezza, gli slogan vuoti, il bisogno di notorietà e di legittimazione. E in questo, che riconosco anche a Putin, vedo soprattutto un uomo piccolo e spaventato». Il dilemma, allora, non riguarda soltanto la presenza o meno della Russia alla Biennale di Venezia, ma il valore politico che questi spazi assumono nel contesto attuale. Perché i padiglioni non sono mai stati semplici contenitori d’arte, bensì luoghi di rappresentazione in cui ogni scelta curatoriale finisce inevitabilmente per assumere anche un significato politico.

Pussy Riot Biennale Office Blockade | ©Nikita Teryoshin, @teryoshi Venice, 2026

Foto copertina: Pussy Riot Biennale Office Blockade | ©Nikita Teryoshin, @teryoshi Venice, 2026

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