“C” come controlli, chi verifica che le aziende in Lombardia applichino il protocollo di sicurezza?

Il piano lombardo delle quattro “D” per la ripartenza sembra fare affidamento sull’autocertificazione da parte delle aziende. Una strategia che non convince i sindacati, attualmente impegnati in una trattativa con la Regione

Vanno avanti le trattative tra la Regione Lombardia e le parti sociali per la Fase 2. Il 17 aprile in conferenza stampa il Presidente della Regione Attilio Fontana ha illustrato i princìpi cardine che dovrebbero guidare la riapertura parziale delle attività produttive in Regione, le quattro D (Diagnosi, Digitalizzazione, Distanziamento sociale e Dispositivi) a cui si somma anche una quinta “D” di diritti, più elusiva ma non meno importante: dal diritto alla scuola a quello alla salute e al lavoro.

Ma sullo sfondo domina invece la lettera “C” di controlli, il cui aspetto pratico dovrebbe essere alla base di ogni valutazione di principio: la Regione è in grado di garantire che i protocolli di sicurezza vengano applicati e rispettati nelle aziende che hanno già aperto e che riapriranno? Dispone di personale sufficiente per effettuare un numero di controlli che basti ad evitare la ripresa dell’epidemia di Coronavirus

Quanti sono stati i controlli nelle Fase 1?

Per immaginare come potrebbe essere la Fase 2, occorre guardare prima a quella precedente che, nonostante la retorica avvincente del “chiudiamo tutto”, non ha visto un totale lockdown. A dirlo è l’Istat, che a fine marzo stimava che quasi la metà delle imprese lombarde fossero attive, circa 450mila sulle 800mila totali. Numeri impressionanti che si spiegano anche con il silenzio-assenso della Prefettura che, inondata di richieste di deroga da parte delle aziende, difficilmente avrebbe potuto rispondere a tutte. 

Secondo il segretario generale della Fiom Lombardia, sarebbero circa 23mila le autocertificazioni e le deroghe presentate alle varie prefetture della Regione. Quante di queste aziende sono state poi controllate? Interpellati da Open, l’Ats Lombardia – deputata al controllo sanitario delle aziende – non ha saputo fornire dati sul numero di controlli effettuati dall’inizio del lockdown, né sul numero totale del personale coinvolto. La Prefettura di Milano invece fa sapere che in provincia sarebbero stati fatti in totale 228 controlli da Ats, Nas e Carabinieri addetti alla tutela del lavoro per verificare «le condizioni di sicurezza e rispetto della normativa su attività che possono lavorare». 

Pochi se teniamo conto, come ci spiega la Segretaria Generale Fiom Milano Roberta Turi, che sono almeno 4mila le aziende in provincia che hanno mandato una richiesta di deroga alla Prefettura. Il sindacato dei metalmeccanici lamenta di aver segnalato diversi casi di inadempienza ai criteri Ateco da parte di aziende in provincia e di aver ricevuto risposta da parte della Prefettura solo alla prima richiesta, che risale alla fine di marzo. 

Complice anche la scarsità di personale. Secondo Turi infatti la Prefettura avrebbe a disposizione circa una ventina di Nas (interpellata da Open, la Prefettura non ha fornito dei dati in merito). Lo stesso problema riguarderebbe anche l’Ats, dove «molti ispettori sono andati in pensione e non sono stati sostituiti. Per esempio», aggiunge Turi, «noi sappiamo che una parte di questi ispettori è stata dedicata al centralino informazioni», e quindi non ai controlli.

Saranno le aziende o l’ATS a fare i controlli nella Fase 2?

Insomma, attualmente le forze a disposizione sono poche e i controlli sembrano essere nell’ordine dello zero virgola, nonostante quasi la metà delle aziende in Regione abbiano riaperto. Dobbiamo dunque aspettarci una Fase 2 senza controlli? La Lombardia ha aperto vari tavoli con le parti sociali per discutere anche di questo. Per il momento non ci sono stati segnali positivi. L’incontro del 17 aprile è finito con un nulla di fatto e una denuncia durissima dei sindacati Cgil, Cisl e Uil, secondo i quali non ci sarebbe alcuna proposta su come garantire quotidianamente ai lavoratori i dispositivi di protezione e assicurare loro di spostarsi in sicurezza sul trasporto pubblico. 

Nella conferenza stampa del 18 aprile, il vice presidente della Regione Fabrizio Sala ha annunciato che la Regione ha distribuito circa 8 milioni di mascherine “omaggio”, ma secondo i sindacati nelle aziende mancano ancora. Le questioni da risolvere sono diverse: per esempio, se non tutti i lavoratori torneranno a lavoro il 4 maggio, chi rimane a casa verrà pagato? E se sì, come, tenendo conto del fatto che le ferie pregresse per molti sono già esaurite? Oltre a queste rimane irrisolta anche la domanda sui controlli: se l’Ats non è in grado di verificare l’applicazione dei protocolli di sicurezza, dovranno essere le aziende a farlo? Un nuovo tavolo è stato indetto per martedì e il 22 aprile i sindacati dovrebbero avere un incontro anche con il sindaco di Milano, Beppe Sala.

Difficilmente si potrà arrivare a delle linee guida da applicare uniformemente a tutte le imprese lombarde, viste le loro caratteristiche disomogenee. La via indicata dai sindacati è quella di stringere accordi azienda per azienda, ma ovviamente richiede più tempo. Si tratta di uno scenario possibile? «Prima di tutto bisogna avere la volontà di farlo», dichiara Elena Lattuada, Segretaria Generale Cgil Lombardia. «Confindustria di fronte alla smania della riapertura ha sempre detto che le imprese sono in grado di autodeterminarsi. I delegati nei luoghi di lavoro ci sono, tranne che per le piccole e medie imprese. Bisogna discutere delle modalità del rientro. È facile dire si riapre, ma è difficile determinare in quale modo».

Il parere degli esperti:

Leggi anche: