Dagli Stati Uniti al Regno Unito, fino alla Svezia: cresce la rabbia dei medici che combattono contro il Coronavirus senza protezioni

Non solo in Italia. Anche gli operatori sanitari degli altri Paesi del mondo denunciano mancanza di Dpi

Il Coronavirus ha messo in ginocchio tutto il mondo. Non solo l’Italia, che da settimane sta provando a contenere una pandemia devastante, ma anche altri Paesi come Regno Unito, Stati Uniti e anche la Svezia. Il personale medico inglese, ad esempio, secondo il Guardian, è costretto ad affrontare il Covid-19 senza tute protettive adeguate. Un po’ come in Italia dove più volte è stata denunciata la mancanza di dispositivi di protezione individuale (DPI): una carenza che, nei fatti, non mette il personale sanitario nelle condizioni di lavorare in sicurezza e – fatto ancora più grave – li rende vettori del virus, rischiando di contagiare pazienti e familiari. Quasi un’emergenza parallela.


Regno Unito

Nel Regno Unito la rabbia cresce per «l’incapacità del governo di dotarsi di DPI» per gli operatori sanitari che, in mancanza delle tute protettive, hanno dovuto accontentarsi delle migliori alternative disponibili sul mercato. Intanto le linee guida del Public Health England sono cambiate: come spiega il Guardian, viene consigliato l’uso di grembiule di plastica in caso di carenza delle tute protettive e vengono invitati gli operatori sanitari a riutilizzarli, una volta lavati.

Secondo il professor Neil Mortensen del Royal College of Surgeons of England, i chirurghi in questo modo rischiano di rimetterci la salute. «Siamo profondamente turbati da questa ultima modifica alla guida sui dispositivi di protezione individuale» dice. E se c’è il rischio concreto di contagiarsi, il medici – come anticipato dai sindacati – potrebbero addirittura rifiutarsi di andare in corsia. Sara Gorton, responsabile della salute di Unison, ha dichiarato: «I manager devono essere onesti con gli operatori sanitari e con i loro rappresentanti sindacali. Se gli abiti si esauriscono, il personale delle aree ad alto rischio potrebbe decidere che non è più sicuro per loro andare a lavoro».

E il governo? Si è difeso sostenendo di aver fatto tutti gli sforzi possibili per garantire le forniture di Dpi, ma che ancora oggi c’è un’enorme domanda di mascherine e tute protettive in tutto il mondo. Intanto chi gestisce le case di cura nel Regno Unito, ritenendo insufficiente l’aiuto delle autorità, ha dovuto fare da sé, rivolgendosi ai privati e pagando cinque volte in più il prezzo di un normale dispositivo di protezione.

Svezia

In Svezia, invece, si accende la polemica sulle case di cura, esattamente come in Italia (il caso più eclatante nel nostro Paese resta quello del Trivulzio con quasi 150 anziani deceduti). Il personale sanitario svedese, senza mascherine, teme infatti per gli ospiti delle case di cura dove ancora oggi si continua a morire. Gli anziani, è doveroso ricordarlo, sono la categoria più esposta al virus. «Nessuno degli impiegati aveva la maschera né i guanti», ha denunciato al Guardian Magnus Bondesson, sviluppatore di app e figlio di un’anziana donna, ospite in una delle case di cura in Svezia. L’uomo, dopo il divieto di recarsi in loco, ha optato per le videochiamate via Skype ed è lì che avrebbe scoperto che qualcosa non andava.

«Quando ho chiamato di nuovo qualche giorno dopo ho chiesto perché non usassero le mascherine e loro hanno risposto che stavano solo seguendo le linee guida» ha aggiunto. Peccato che in quelle settimane i media nazionali svedesi riportavano un aumento sempre più preoccupante di casi di Covid-19 nelle case di cura, soprattutto a Stoccolma. Come mai, infatti, un terzo dei decessi è rappresentato da persone anziane che vivevano in queste strutture? Anche in questo caso siamo davanti a una strage silenziosa che rischia di uccidere un’intera generazione?

Non nascondono timori né l’epidemiologo Anders Tegnell, il più famoso della Svezia, che ha parlato di una situazione preoccupante nelle case di cura del Paese né il primo ministro socialdemocratico Stefan Löfven che ha invitato le autorità sanitarie a indagare su questa «grave situazione». E infatti, fioccano le prime testimonianze di lavoratori che denunciano la mancanza di dispositivi di protezione all’interno di queste strutture: «Nel luogo in cui lavoro non abbiamo affatto mascherine e stiamo lavorando con le persone più vulnerabili in assoluto. Non abbiamo disinfettante per le mani, solo sapone. Siamo tutti preoccupati», ha rivelato una fonte che preferisce restare anonima.

Usa

Negli Usa, non tutti i medici «sopravvivono all’incontro con i pazienti» positivi al Covid-19 anche perché manca «l’equipaggiamento protettivo» e diventa persino difficile avere un numero esatto delle vittime da Coronavirus tra gli operatori sanitari. 

«Gli operatori sanitari sono gli eroi nazionali che, in un momento di grande incertezza, si stano prendendo cura degli altri», ha dichiarato la dottoressa Anne Schuchat, direttore del National Center for Immunisation and Respiratory Diseases dei CDC, come riporta il Guardian. «Sappiamo che le istituzioni stanno cercando di fornire materiale per aiutarli a lavorare in sicurezza, ma già in migliaia sono stati infettati», ha aggiunto. Purtroppo sono tantissimi gli operatori sanitari che affermano di non avere adeguati dispositivi di protezione, gli unici che possono consentire loro di non contrarre il virus. C’è persino un’infermiera di New York che denuncia di aver ricevuto un impermeabile, quello con cui ci si ripara dalla pioggia, al posto delle tute protettive. Come si può lavorare così in corsia?

Dunque, ci sono «enormi carenze nelle forniture» di Dpi, scrive CBS News con ospedali che si sono fatti trovare impreparati nella gestione della pandemia. A confermarlo anche Kelley Cabrera, infermiera di pronto soccorso, secondo cui ci sarebbe ancora carenza di mascherine e tute protettive. Tutti quegli strumenti che, forse, avrebbero potuto contenere la diffusione del virus e dunque limitare i decessi del personale sanitario. In tutto il mondo.

Foto in copertina di repertorio: Epa | Jim Lo Scalzo

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