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Chi era Luc Montagnier, dalle stelle del Nobel agli abissi della pseudoscienza

Al virologo francese (e al suo team) dobbiamo molto per le scoperte sull’Hiv. Ma nel corso del tempo il suo approccio è cambiato radicalmente: breve storia di una deriva anti-scientifica

Nella storia della scienza non si ha memoria di tante parabole come quella di Luc Montagnier. La sua morte, avvenuta l’8 febbraio, è stata annunciata il giorno dopo in un articolo apparso su FranceSoir, preceduto da alcune condivisioni su Facebook e Twitter. Solo oggi però abbiamo avuto la conferma grazie alla verifica della sezione Checknews di Libération e al certificato di decesso depositato presso il municipio di Neuilly, a Nord Ovest di Parigi. Dobbiamo a Montagnier, e certamente non solo a lui, il primo isolamento nel 1983 di Hiv, il virus dell’Aids, che negli anni ’80 ha sconvolto il mondo. Montagnier ricevette il Premio Nobel proprio per questo, nel 2008, assieme alla virologa Françoise Barré-Sinoussi. Anche Robert Gallo aveva compiuto la stessa impresa col suo team di ricerca negli Stati Uniti, ma la commissione per il Nobel decise diversamente.


Il Nobel fu solo l’inizio di una lunga storia, che portò Montagnier fin da subito ad allontanarsi dalla strada del metodo scientifico. Arrivò a promuovere studi sulla memoria dell’acqua alla base dell’omeopatia, a fare affermazioni ambigue sullo stesso Hiv e su come trattarlo, fino a tornare alla ribalta durante la pandemia di Covid-19, sostenendo che il SARS-CoV-2 presentava innesti di Hiv nel genoma, che rivelavano – a suo dire – una manipolazione in laboratorio mai provata scientificamente.


Il primo isolamento di Hiv

Sull’origine dell’Aids esistono diverse tesi controverse (quanto infondate), per approfondire potete recuperare un nostro articolo precedente. Nondimeno, anche le circostanze in cui è stato isolato per la prima volta Hiv sono state per un certo periodo piuttosto torbide, tanto da venire distorte da gruppi di negazionisti. Parliamo di una vicenda che contrappose Montagnier a Gallo, i quali si contesero per anni la paternità della loro scoperta.

In sintesi, nel 1981 i CDC americani registrarono l’esistenza di una Sindrome da immunodeficienza acquisita (Acquired Immune Deficiency Syndrome). I pazienti affetti da questa malattia erano esposti a numerose infezioni – generalmente lievi per tutti – che però risultavano mortali. Appariva chiaro che un patogeno aveva indebolito il loro sistema immunitario. Ma di che tipo? Presto prese piedi l’ipotesi del virus e cominciò la corsa a chi lo avrebbe isolato per primo. Cosa che avvenne nel 1983, ma al traguardo ci arrivarono due diversi team di ricerca.

Una scoperta contesa

Da una parte, i ricercatori americani guidati da Robert Gallo, che battezzarono il virus «HTLV-III». Dall’altra, i francesi guidati da Luc Montagnier – ma un ruolo decisivo lo ebbe la sua allieva Barré-Sinoussi – che lo battezzarono «LAV» (Lymphadenopathy Associated Virus). Siccome occorreva fissare degli standard, alla fine nel 1986 la comunità scientifica adottò la sigla Hiv (Human Immunodeficiency Virus). Per comprendere meglio il significato di queste sigle e tutti i dettagli sulla controversa paternità della scoperta, consigliamo il libro di David Quammen, Spillover (Adelphi, 2014). 

Fatto sta che i negazionisti di Hiv usarono alcuni documenti della vertenza tra Montagnier e Gallo per sostenere che quest’ultimo fosse stato processato per frode, in quanto si sarebbe inventato di sana pianta l’esistenza del virus. Un’inchiesta per frode ci fu davvero, perché Montagnier accusò Gallo di aver cercato di rubargli la paternità della scoperta. Alla fine i due scienziati ci misero una pietra sopra e sancirono la pace con un articolo apparso su Science nel 2002, intitolato Prospettive per il futuro, dove i due autori riflettevano sulle future terapie contro l’Aids. È ancora possibile leggerne una copia online sul Gale Academic Onelife.

La “Nobelite”

La Nobel Disease, detta anche Nobelitis (in Italiano “malattia da Nobel”, ovvero Nobelite), è una condizione postulata tra il serio e il faceto, che “colpisce” solo gli scienziati vincitori del premio Nobel. Si tratta di un fenomeno che effettivamente ha riguardato diversi vincitori di questo ambito riconoscimento, tra cui anche Montagnier. Sono stati elencati diversi «sintomi», ma il principale è certamente l’effetto Dunning-Kruger, che porta chi è esperto solo di una precisa materia a sottovalutare la complessità delle altre, esagerando le proprie competenze in merito.

Secondo questa teoria, ogni volta che definiamo qualcuno un “genio”, considerandolo infallibile, o supponiamo che essere grandi scienziati comporti anche avere ferrei valori etici, rischiamo di rendere più probabile che il vincitore di un premio Nobel esca dai binari del metodo scientifico. Il tutto potrebbe venire ulteriormente facilitato se la comunità dei colleghi delude profondamente il titolare del Nobel, per esempio negandogli un primato che fino ad allora gli era stato riconosciuto. Ebbene, in quale altro modo potremmo inquadrare le ragioni che hanno portato Montagnier a sostenere l’idea che l’acqua possa avere memoria?

Gli studi sulla “memoria dell’acqua”

Dopo solo un anno dal Nobel, Montagnier cominciò la sua deriva nel mondo della pseudoscienza, sostenendo la possibilità da parte del Dna di “teletrasportarsi” e trasferire memoria attraverso l’acqua, un’idea organica ai concetti su cui si fonda l’omeopatia. Più precisamente, secondo Montagnier l’acqua può trasportare informazioni tramite un’impronta elettromagnetica, proveniente non solo dal Dna ma anche da altre molecole. Montagnier illustrò queste «scoperte» in due articoli apparsi tra il marzo e il novembre 2009 (fonti qui e qui). Partiva da ipotesi formulate dal biologo Jacques Benveniste, del tutto smentite dai suoi stessi collaboratori. Il virologo cominciò a pubblicare articoli in merito già dal 2006, quando entrò in affari con associazioni fondate da Benveniste e alcuni suoi collaboratori.

Montagnier sosteneva che batteri e virus del tutto privati di materiale genetico trasferissero alcune informazioni a una coltura di linfociti umani, portando alla ricomparsa dei microrganismi originali. Tutto questo, secondo il virologo, sarebbe stato possibile grazie alla “memoria dell’acqua”. La prima cosa che si chiesero i suoi colleghi è quali controlli avesse effettuato. Il modello da lui utilizzato era già noto per gli artefatti e le possibili contaminazioni a cui era soggetto. Una sola molecola sarebbe stata sufficiente a distorcere i risultati dei test PCR, con cui avrebbe dimostrato il fenomeno.

Anche le modalità con cui Montagnier pubblicò questi studi e i tempi ristretti della peer-review destarono non poche perplessità da parte dei colleghi. Prendiamo per esempio il primo paper intitolato Electromagnetic signals are produced by aqueous nanostructures derived from bacterial DNA, apparso su Interdisciplinary Sciences – Computational Life Sciences. La rivista aveva come responsabile editoriale lo stesso Montagnier.

Quel brevetto per le diagnosi con le onde elettromagnetiche

Il virologo si basava anche sui principi della cosiddetta biologia digitale, un’altra concezione di Benveniste, ovvero l’idea che certe molecole, batteri e virus potessero emanare onde elettromagnetiche a bassa frequenza tra i 20 e 20.000 Hz. Questi segnali vennero trovati a tutti i costi, estrapolati da un rumore di fondo, senza che venissero mai registrati valori significativi, che non potessero spiegarsi col caso. Gli stessi strumenti utilizzati non risultarono sufficientemente efficaci per captare segnali del genere nei modi descritti. Tutto questo non fu mai verificato o ripetuto in altri esperimenti.

Ma a cosa servirebbe la biologia digitale? Secondo Montagnier, attraverso l’analisi di campioni sierologici prelevati da pazienti con Aids o Alzheimer sarebbe possibile rilevare frequenze elettromagnetiche specifiche. Tutto questo ricorda una medicina alternativa nota come Biorisonanza, mai dimostrata in studi scientifici veri e propri.

Montagnier depositò un brevetto dell’apparecchio, che secondo lui avrebbe dovuto eseguire questo genere di operazioni diagnostiche. E anche in questo caso il Nobel accusò un collega di avergli rubato la «scoperta». La vicenda assunse connotati grotteschi quando si scoprì che l’apparecchio era «identico a quello utilizzato da Jacques Benveniste per “digitalizzare” i segnali omeopatici e inviarli via e-mail. Questa ricerca è stata replicata utilizzando lo stesso dispositivo su richiesta dell’Agenzia per i progetti di ricerca avanzata della difesa degli Stati Uniti e non è stato rilevato alcun segnale», come riporta Andy Lewis sul sito di fact-checking Quackometer.

Curare l’Aids con l’alimentazione?

Pian piano Montagnier cominciò a diventare l’idolo degli ambienti anti-scientifici, persino di quelli che rigettavano l’unica sua scoperta realmente accertata: finì nel documentario negazionista dell’Aids House of Numbers. Qui Montagnier sosteneva che l’Hiv si potesse eliminare naturalmente, attraverso una certa strategia nutrizionale e un buon sistema immunitario. Per approfondire suggeriamo la visione del contro-documentario del collega britannico Myles Power, Debunking the AIDS Denialist Movie House of Numbers.

I fantomatici “poteri curativi” della papaya

Se torniamo a ritroso nel tempo, possiamo imbatterci in un articolo di Repubblica del 2002, dove Montagnier spiegava perché avesse dato all’allora pontefice Giovanni Paolo II la sua “cura” basata su un integratore chiamato Immunage a base di papaya. Ma le sue affermazioni erano ancora piuttosto contenute:

Ne sono venuto a conoscenza nell’ ambito del mio lavoro sull’ Aids e ho voluto sperimentarlo – continua Montagnier -, nel nostro centro in Africa abbiamo visto un netto miglioramento delle condizioni dei pazienti quando il prodotto veniva somministrato parallelamente alla triterapia, che spesso non è sufficiente per irrobustire il sistema immunitario. E’ chiaro che non guarisce l’Aids, ma aggiunto alla triterapia funziona e potrebbe funzionare anche con la chemioterapia del cancro, che ha effetti secondari importanti.

La nomea di Montagnier continuò a essere gigantesca ancora nel 2012, quando Quotidiano Sanità riportò le sue affermazioni sugli integratori a base di papaya «per contrastare lo stress ossidativo, dal Parkinson all’Hiv»:

Nelle patologie con eccesso di stress ossidativo o deterioramento delle difese immunitaria è importante anche la prevenzione – continua il Nobel -, trovando sostanze che agiscono sui meccanismi immunitari interagenti con tale stress: è il caso dell’estratto di papaya fermentato (Fpp), del quale mi interesso e che si dimostra efficace.

Il Coronavirus «creato in laboratorio»

Con la pandemia gli esponenti cospirazionisti e No vax sono diventati i principali estimatori di Montagnier. Potremmo fissare approssimativamente la data di questa svolta nell’aprile 2020, quando il virologo ha sostenuto pubblicamente che il nuovo Coronavirus fosse stato prodotto in laboratorio, facendo eco a una narrazione che cominciava già a circolare, di cui abbiamo trattato in tanti articoli (per esempio qui, qui e qui).

In un’intervista al podcast Pourquoi docteur, Montagnier citava il collega Jean-Claude Perez, con il quale avrebbe scoperto che nel genoma di SARS-CoV-2 vi sarebbero sequenze di Hiv. Inoltre menzionava uno «studio» dell’Università di Nuova Delhi del gennaio 2020, che risultava già ritrattato. Questa narrazione era stata smentita in un altro studio dall’emblematico titolo HIV-1 did not contribute to the 2019-nCoV genome.

A ben vedere lo stesso Perez era un ex ingegnere della Ibm interessato alla biologia teorica. Un mese prima aveva pubblicato un paper sull’International journal of research granthaalayah, intitolato Wuhan covid-19 synthetic origins and evolution. Il problema è che tale rivista è nella black list delle riviste predatorie redatta dal debunker Jeffrey Beall. Ricordiamo che le riviste predatorie sono pubblicazioni dove non si esegue alcuna revisione; pubblicano qualsiasi articolo, purché gli autori paghino.

Le posizioni vicine ai No vax

Nel maggio 2021, Montagnier è stato intervistato dalla Rair Foundation Usa. Le sue affermazioni sono una antologia delle fake news emerse durante l’anno precedente, dai vaccini che causerebbero le varianti Covid a improbabili eventi avversi, come il fenomeno Ade (le abbiamo analizzate tutte qui). Tali affermazioni sono state spesso riciclate dai No vax in funzione delle nuove tendenze, come quando è stato sostenuto che Montagnier avesse previsto la  variante Omicron.

Anche in questo caso Montagnier non sembrava interessato alla credibilità degli ambienti a cui affidava le sue affermazioni. Avevamo visto per esempio che l’emittente per cui aveva concesso l’intervista si definisce come un gruppo di attivisti in difesa dei valori giudaico-cristiani, che ritengono minacciati dentro e fuori gli Stati Uniti. Similmente all’intervento dell’anno precedente, il virologo ha citato il lavoro di altri. In questo caso la sua fonte era una lettera aperta della Doctors for Covid ethics, la quale affermava di aver inviato tre missive all’Ema, mettendola in guardia dai «pericoli a breve e lungo termine dei vaccini COVID-19», chiedendone il ritiro immediato.

Vaccini ed epigenetica

Nello stesso periodo Montagnier è stato intervistato da Francesoir, dove ha ribadito la presunta pericolosità dei vaccini a mRNA basandosi sull’epigenetica, termine che descrive «tutte quelle modificazioni ereditabili che variano l’espressione genica pur non alterando la sequenza del DNA». La sua narrazione verteva sulla possibilità – del tutto priva di fondamento – che l’informazione genetica dei vaccini possa modificare il nostro Dna.

Come spiegavamo in un precedente articolo, anche se esistono studi preliminari dove si suggerisce una remota possibilità di trascrittasi inversa (conversione del Rna in Dna) nelle infezioni dovute a SARS-CoV-2, tale fenomeno non può riguardare i vaccini, a meno che non vengano prodotti assieme a particolari enzimi, di cui altrimenti le nostre cellule sono prive.

L’ultimo bagno di folla in Italia

Anno dopo anno Montagnier è diventato una sorta di icona popolare del mondo cospirazionista e anti-scientifico, pur essendo stato uno scienziato egli stesso, ai livelli più alti ai quali un accademico possa mai aspirare. L’influenza del Nobel francese è arrivata a toccare anche diversi personaggi del nostro Paese, come il filosofo Diego Fusaro e il giornalista ed ex consigliere d’amministrazione della Rai Carlo Freccero, il quale ha affermato nel settembre 2021 che non si è vaccinato su consiglio di Montagnier (trovate maggiori approfondimenti qui).

Le sue parole hanno fatto notizia su siti che promettono una informazione alternativa, come Byoblu di Claudio Messora. Gianluigi Paragone è riuscito ad avere Montagnier come ospite d’onore il 15 gennaio scorso nella manifestazione organizzata a Milano dal suo partito, ItalExit. Montagnier è intervenuto alla fine. Non sembrava nel pieno delle forze, aiutato da alcuni sostenitori nel percorso verso il palco, dove ha parlato davanti alla folla restando seduto.

Montagnier ha citato il lavoro di Didier Raoult, definito «pescatore di microbi», noto proprio per il suo trattamento infondato a base di idrossiclorochina e azitromicina. Ha parlato inoltre del dott. Carlo Brogna, co-autore di uno «studio» riguardante l’ipotesi che SARS-CoV-2 proliferi nel microbiota intestinale. Insomma, per il Nobel francese la Covid-19 si curerebbe con gli antibiotici.

L’annuncio della morte

Quando diventi un’icona in un mondo parallelo in cui i concetti di fonte e verità sono sempre relativi, succede che se annunciano la tua morte nessuno sa cosa pensare. Quando il 9 febbraio sono comparsi i primi post negli account ufficiali di Twitter e Facebook della testata Francesoir, i No vax si sono divisi tra chi ci credeva e chi si inventava una smentita ufficiale dello stesso Montagnier.

Dopo alcune ore, alle 15:45, la stessa testata francese ha rivelato in articolo la sua fonte: il collaboratore del Nobel, Gérard Guillaume. Il decesso sarebbe avvenuto presso l’ospedale americano di Neuilly-sur-Seine, a Nord Ovest di Parigi. Ma l’istituto non poteva confermare né smentire per ragioni di privacy, né risultavano comunicati ufficiali, nemmeno da parte della famiglia. Qualcuno ha ironizzato, citando il celebre paradosso del «gatto di Schrödinger», ma ora la scatola è stata aperta e abbiamo scoperto – purtroppo – che aveva ragione Francesoir.

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