Le donne vittime di violenza costrette a stare a casa per il Coronavirus: «Ci chiedono aiuto mentre fanno la spesa o buttano la spazzatura» – Il video

Le telefonate sono calate mentre le violenze, tra le mura domestiche, continuano. E ora, con i mariti violenti costretti a stare a casa per il coronavirus, siamo davanti a «un’epidemia parallela»

Ai tempi del Coronavirus stare a casa per le donne vittime di violenza diventa un incubo. La casa si trasforma in una trappola. «Ho aiutato donne che, con la scusa di buttare la spazzatura, si sono chiuse in auto e mi hanno telefonato, altre che mi sussurrano dal bagno dopo aver aperto l’acqua della doccia, altre ancora chiuse in camera che impiegano anche 3-4 ore prima di chiamarci, di sfuggire al controllo dei mariti violenti. Io voglio dirvi che noi ci siamo, che non siete sole». A parlare è Eliana D’Ascoli, psicologa di Telefono Rosa, associazione che gestisce il 1522, numero nazionale antiviolenza e antistalking del dipartimento delle Pari Opportunità, a cui è associata anche un’applicazione con chat h24.


«Telefonate in calo»

A spiegarci cosa è cambiato in queste settimane è la presidente di Telefono Rosa, Maria Gabriella Carnieri Moscatelli: «Le telefonate sono in calo, chi ci chiama è proprio disperato. Questo, infatti, è un brutto momento per tutti e ce ne accorgeremo quando, nei prossimi mesi, avremo in mano il numero di denunce presentate in questo periodo. Essendo costrette a stare a casa h24 con chi le maltratta, sono più esposte a violenze sia fisiche che verbali. Infatti, ci chiamano spesso quando il marito va a fare la spesa».

A confermarci che la situazione è drammatica è anche Antonella Veltri, presidente di D.i.Re Donne in rete contro la violenza: «Sì, è vero, sono calate le telefonate perché l’80% sono violenze domestiche e, dunque, sottrarsi diventa difficile. Siamo davanti a un’epidemia parallela».

«Non abbiamo più mascherine»

Ma c’è anche il problema delle strutture che non possono accogliere donne in fuga, senza che prima non si siano sottoposte a un periodo di quarantena. Per il bene di tutti, per il bene delle altre donne già ospiti dei loro centri. «Come facciamo? Bisognerebbe trovare degli alloggi, magari messi a disposizione dal Comune o dalla Regione, che possano garantire il loro isolamento e dunque la tutela della salute pubblica». A questo problema si aggiunge quello delle mascherine: «Non ne abbiamo proprio, pensi che le stiamo facendo con la carta forno. Si rende conto? Per il gel disinfettante, invece, ce lo siamo fatti preparare da una farmacia di fiducia», spiega la presidente di Telefono Rosa.

Come denunciare

Si può chiamare il centro antiviolenza mentre si va a fare la spesa, a comprare un giornale, a passeggio con il cane, a fare benzina, in farmacia o a buttare la spazzatura. L’importante è ricordarsi sempre di cancellare la cronologia sia di Whatsapp che delle telefonate. Il numero da chiamare è il 1522, servizio istituito dal Dipartimento per le Pari opportunità. Infine, per scappare di casa e trovare rifugio nei centri antiviolenza basterà dichiarare lo stato di necessità alle forze dell’ordine che, comunque, saranno le prime ad aiutare le donne in difficoltà, senza di certo denunciarle.

Foto in copertina da Pixabay – Video di D.i.Re e di Open

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