Coronavirus, perché in Italia ci sono più contagi rispetto agli altri Paesi europei?

di OPEN

Con l’aumento dei casi positivi in tutta Italia, ora il governo è nell’occhio del ciclone per presunte falle nella gestione dell’epidemia. Ma è davvero così?

Sono state davvero adottate misure più blande nel nostro Paese e ciò ha contribuito all’esplosione improvvisa dell’emergenza da Coronavirus? Cosa è stato fatto nel resto del continente e quali sono state, invece, le omissioni dell’Italia? Chi ha sottovalutato i rischi e chi non ha voluto l’obbligo di quarantena per tutte le persone provenienti dalla Cina? «Ah, se fossimo un Paese serio come la Germania», «Ah, poi dicono che la Brexit non è una cosa giusta», sono alcune delle considerazioni che circolano.


Una serie di domande senza nessun fondamento logico. Eppure il web è pieno di commenti di questo genere: nelle situazioni complicate diventa più facile puntare il dito contro qualcuno o contro un sistema piuttosto che studiare e analizzare le questioni in maniera razionale. Occorre subito dire che nella diffusione di un virus c’è un margine di casualità che non può essere controllato.

L’Italia, al momento, è il Paese che in Europa ha adottato le misure più stringenti per tentare di contenere il virus: dal 30 gennaio è stato deciso il blocco dei voli da e per la Cina. Solo Repubblica Ceca e Grecia hanno adottato la stessa misure. Ma questo non è stato sufficiente a placare le critiche. Come quelle arrivate da Walter Ricciardi, membro del consiglio esecutivo dell’Oms, che ha puntato il dito contro la scelta dell’Italia di non mettere in quarantena tutte le persone provenienti dalla Cina.

Una misura che sarebbe stata invece applicata negli altri Paesi europei: «Francia, Germania e Regno Unito seguendo l’Oms non hanno bloccato i voli diretti e hanno messo in quarantena i soggetti a rischio, inoltre hanno una catena di comando diretta, mentre da noi le realtà locali vanno in ordine sparso», ha detto Ricciardi a La Stampa.

Ma non è esattamente così. Gli altri Paesi europei applicano l’isolamento per tutte le persone provenienti dalla Cina solo per i casi sospetti. Ai singoli viene lasciata la responsabilità dell’autodichiarazione e della prevenzione.

A rassicurare circa l’aumento dei contagi è il noto virologo Roberto Burioni che ha chiarito come questa improvvisa crescita dei casi positivi al test del coronavirus sia da attribuire alle misure messe in atto dal governo per evitare un’espandersi ulteriore dell’epidemia: «Se qualcosa non si cerca, non si trova. Se qualcosa si cerca, si trova. Tracciare i contatti di chi è già positivo, infatti, avrà come inevitabile conseguenza il fatto di trovarne degli altri ma, allo stesso tempo, permetterà di proteggere un numero esponenzialmente più altro di nostri concittadini (di noi stessi!) dal rischio del contagio», ha spiegato Burioni sul suo blog Medical Facts.

«Sappiamo quanto SARS-CoV-2 sia infettivo – ha scritto -. Sappiamo inoltre anche quanto sia subdola ed efficiente la modalità di contagio, che avviene quando chi ha già l’infezione non manifesta sintomi evidenti».

Italia

L’arrivo del virus in Italia era una notizia annunciata. I tempi e le modalità con cui la Cina ha gestito l’emergenza hanno dato al virus qualche settimana di vantaggio prima che il governo di Pechino decidesse di mettere la città di Wuhan, epicentro dell’epidemia, in quarantena. Negli altri Paesi europei si è infatti preferito evitare i controlli della temperatura agli aeroporti, ma di concentrarsi su quelle persone con sintomi chiari ed evidenti. A non aiutare nella gestione dei contagi è il periodo di incubazione della malattia che può arrivare fino a 14 giorni con la possibilità di contagio anche per quelle persone asintomatiche o con sintomi molto lievi.

Secondo molti esperti, la diffusione non si poteva fermare perché la Cina ha dichiarato in ritardo l’emergenza e quindi il coronavirus aveva un vantaggio temporale. Il presunto paziente zero, poi rivelatosi non tale, era arrivato in Italia il 21 gennaio, molto prima che la stessa Organizzazione mondiale della sanità dichiarasse l’emergenza globale.

«L’aumento progressivo dei casi del nuovo coronavirus rilevati in Italia non indica che l’epidemia si sta espandendo, ma che casi già presenti da almeno una decina di giorni ora vengono scoperti», ha spiegato all’Ansa il fisico esperto di sistemi complessi Alessandro Vespignani, direttore del network Science Institute della Northeastern University di Boston. «I casi adesso vengono scoperti, ma erano già quasi tutti lì» e «i numeri – ha aggiunto – saliranno ancora per un po’, ma l’epidemia non si sta espandendo».

I primi due casi in Italia di coronavirus sono quelli registrati lo scorso 30 gennaio, quando una coppia di turisti cinesi è risultata positiva al test sul Covid19. Lo stesso giorno è stato stabilito lo stop dei voli da e per la Cina. Il 31 gennaio sono atterrati a Fiumicino e a Malpensa gli ultimi voli provenienti da Hangzhou, Chongqing, Guanzhou, Pechino e Shanghai. I passeggeri a bordo sono stati tutti controllati, e dal 3 febbraio è iniziato un controllo capillare su tutti i voli internazionali con scanner termici e termometri a pistola.

Un’ulteriore misura è stata adottata il 10 febbraio estendendo i controlli a tutti i voli provenienti da Roma. La misura era stata adottata per colmare una falla nel sistema: quella relativa agli scali.

Ma cosa succede negli altri Paesi europei?

Francia

Dal 18 gennaio la Francia, che non ha adottato una misura di chiusura dei voli diretti con la Cina, ha distribuito in tutti gli aeroporti parigini manifesti informativi per fornire consulenza medica specifica a tutti i passeggeri in arrivo. È stato inoltre istituito a partire dal 26 gennaio un servizio di assistenza medica per i voli provenienti dalla Cina, Hong Kong, Singapore e Corea del Sud con personale medico mobilitato ogni giorno per fornire consulenza adeguata e distribuire mascherine.

Negli aeroporti francesi non ci sono scanner termici. Come riportato da France24, i passeggeri arrivati dalla Cina si dicevano sorpresi dalle misure “leggere” adottate nel maggior aeroporto delle capitale francese. «Non siamo stati controllati, potrei perfino avere il virus», ha detto uno dei rimpatriati all’agenzia AFP dopo essere rientrato in Francia con un volo proveniente da Shanghai lo scorso 26 gennaio.

Germania

Anche in Germania sembra essere il senso di responsabilità a prevalere. Il ministro della Salute Jens Spahn ha evidenziato, rispetto al blocco dei voli, come i piloti sui voli diretti dalla Cina alla Germania siano tenuti a segnalare i passeggerei con sintomi sospetti prima dell’atterraggio. Non ci sono controlli della temperatura agli aeroporti tedeschi perché «sarebbe inutile» visto che molti pazienti sono asintomatici, ha detto Spahn.

Regno Unito

Il governo inglese invita invece chiunque sia stato di recente in Cina, Thailandia, Giappone, Corea, Hong Kong, Taiwan, Sinagapore, Malesia e Macaus negli ultimi 14 giorni e abbia avuto tosse o febbre di stare in casa e chiamare il numero di emergenza, anche se i sintomi sono tenui. Ai passeggeri provenienti con voli diretti da una delle aree interessate dall’epidemia è stato comunicato come segnalare eventuali sintomi che si sviluppano durante il volo, al momento dell’arrivo o dopo aver lasciato l’aeroporto. Insomma, anche nel Regno Unito a prevalere è la fiducia nella responsabilità individuale. Come specificato dal governo inglese: «La maggior parte delle persone che sviluppano sintomi li avranno dopo aver lasciato l’aeroporto e quindi la priorità è fornire ai residenti e ai viaggiatori del Regno Unito le informazioni più aggiornate per assicurarsi che sappiano cosa fare in caso di sintomi».

Stati Uniti

Dopo l’annuncio di screening sui passeggeri di voli provenienti dalla Cina, il primo febbraio il presidente americano Donald Trump ha firmato l’ordine esecutivo che vieta di entrare negli Stati Uniti ai cittadini stranieri che nelle due settimane precedenti siano stati in Cina. A tutti i cittadini passati da Wuhan è stata imposta una quarantena di 14 giorni a partire dal loro rientro.

Il parere degli esperti

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