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Sanremo, Dargen D’Amico s’interroga sull’AI: «Mi chiedo quali parti della nostra vita dobbiamo cedere per avere in cambio un servizio». L’intervista

24 Febbraio 2026 - 19:12 Gabriele Fazio
Il brano in gara al Festival anticipa l'uscita il prossimo 27 marzo del nuovo album Doppia mozzarella

Sono passati due anni da Onda alta e Dargen D’Amico torna al Festival di Sanremo con un altro brano in cui affronta, con quel solito piglio divertente, disincantato, satirico, un tema particolarmente complesso e delicato: l’Intelligenza Artificiale. Il brano si intitola infatti Ai Ai e anticipa il nuovo disco, in uscita il prossimo 27 marzo, dal titolo Doppia mozzarella. Ma non solo, un brano, è chiaro, può accendere i riflettori, ma subisce gli evidenti limiti, così il 2 marzo sarà distribuito AI AI – Short Documentary, un documentario in cui il rapper milanese classe 1980, ex giudice di X Factor, affronterà il tema dell’AI con personalità di spicco del campo scientifico, accademico e dell’intrattenimento.

Quando hai saputo di essere tra i big di Sanremo, ti sei detto: “Adesso torno a Sanremo per…”?
«Piacere, per piacere. Per piacere, posso tornare a Sanremo?! Scherzi a parte, è molto difficile condensare tutto in una risposta, la realtà dei fatti è che ogni Sanremo prende una strada che è sempre imprevedibile. Tu non hai mai perfetta coscienza di quello che stai facendo, di quello che sta succedendo. Capisci strada facendo anche la canzone che porti, almeno a me è successo così. Perché la forza di Sanremo è la rappresentanza, ogni punto di vista viene rappresentato all’interno della kermesse e tu capisci successivamente qual è il tuo punto di vista. Una volta che partecipi, passi attraverso questa lavatrice, che io descrivo in questo modo perché ti fa perdere un po’ le coordinate, i punti di riferimento, la trebisonda, come si diceva una volta, i punti di riferimento spaziali».

E attraversata la lavatrice qual è il motivo per cui ti trovi a Sanremo quest’anno?
«Più che motivo mi interessa la motivazione, è una cosa diversa. Nella mia esperienza ho sempre partecipato a Sanremo, non per partecipare a Sanremo, ma per portare un brano. Sono significati che sono molto vicini ma non sono sinonimi. In questo caso avevo delle suggestioni dall’esterno, di vivere in un Paese che poco rappresentasse le sfide del futuro dietro l’angolo, al piano di sopra. E quindi il fatto che ci stiamo abbattendo contro una tecnologia nei confronti della quale non siamo preparati, soprattutto a livello popolare. Non sappiamo cosa c’è dietro, come funziona, quali parti della nostra vita dobbiamo offrire per avere in cambio un servizio e chi ne beneficia se non ne beneficiamo noi. Insomma, sono discorsi che andrebbero fatti, che andrebbero affrontati. Poi non so se voi di Open ne avete parlato, avete già discusso in lungo e largo dell’argomento e quindi siete una mosca bianca, però io ho fatto fatica a reperire delle informazioni che mi interessavano».

In lungo e largo, ma l’impressione è che tutti stiamo solo scalfendo la superficie del tema…
«Si, però negli ultimi tempi l’intelligenza artificiale si è evoluta molto rapidamente e nell’ultima fase anche senza la necessità di chiedere la controprova all’essere umano, che è un passaggio molto importante della nostra storia recente. Nel senso che sta entrando un attore che si prospetta protagonista, non unico protagonista al momento, ma potrebbe anche diventare un unico protagonista. Però non sappiamo da dove arriva, per quale motivo, quali sono i suoi scopi, quali sono i benefici per noi. Al di là di poter rendere viva una fotografia del saggio scolastico della nostra bisnonna, che comunque ha un significato sicuramente, a livello ambientale cosa può succedere? È la risposta ai nostri problemi o è causa di nuovi problemi per l’ambiente? Ci sono tante aspettative secondo me che noi possiamo proiettare sull’intelligenza artificiale, però dobbiamo capire come funziona, dobbiamo avere delle informazioni che in questo momento sono completamente assenti. Io poi faccio canzoni, chiaramente, quindi nasce da questo. Poi ti ascolterai il brano e mi dirai che è una canzonetta, però nasce da questo terreno che sento mancare sotto i piedi».

Leggendo ogni giorno i siti di spettacolo americani, mi rendo conto che il problema dell’intelligenza artificiale nel mondo dell’arte, della creatività, è affrontato giornalmente dalle più grandi star di Hollywood, sembra una paura tangibile e molto comune. In Italia non sembra che ci sia questo grandissimo interesse per la questione nel mondo della musica e del cinema.
«La questione nasce proprio da questo scollamento nei confronti della realtà. Ma poi è futuribile e siamo veramente a un passo. Nelle ultime settimane sono stati importanti i traguardi che l’intelligenza artificiale ha raggiunto per i fatti propri, tant’è che anche i programmatori sono meravigliati dalla rapidità con cui si sta evolvendo. Però nel momento in cui te lo raccontano capisci che la meraviglia è anche un po’ paura da parte loro, quindi mi sembra il caso di aprire dei temi, quantomeno quelli legati alla sanità, all’istruzione. Dobbiamo cercare di capire quali saranno i contesti nei quali prenderà piede la tecnologia nei prossimi mesi, anni».

Per te il ritorno a Sanremo è anche un ritorno in Rai. In conferenza stampa ne hai parlato, hai fatto capire che non ti aspettavi dopo l’ultimo Sanremo questo ritorno…
«Sì, è vero. Ti confesso che ho risposto alla domanda, poi ho riletto i titoli che sono usciti e io in realtà volevo concentrare l’attenzione sul fatto che effettivamente io ho presentato il brano non essendo certo che venisse poi preso. Non volevo sottolineare il fatto che ci fosse stato un silenzio o che si fosse rotto un idillio o che fosse successo qualcosa in precedenza, però avevo poca fiducia sulla possibilità che venisse preso il brano, perché in precedenza era capitato spesso di avere dei rapporti con la Rai e poi, dopo l’ultima partecipazione, questa catena idilliaca si era un po’ interrotta. Non vorrei passare per vittima, sono molto contento di tornare in Rai, forse perché io sono di una generazione che vede la Rai ancora come un elemento insindacabile del panorama dell’intrattenimento, da quel punto di vista per me è un pezzo di Stato. E quindi so che partecipare a Sanremo per me ha anche un significato personale, poi anche di status per gli artisti, però per me è più importante proprio per l’immagine di Mamma Rai».

Tu decidi di andare al Festival, così come hai fatto in passato con una canzone che affronta una tematica abbastanza delicata, ma secondo te qual è oggi il rapporto tra la musica italiana e l’attualità? Perché sembra che in pochi vogliano mettere la faccia su certe problematiche…
«Sì, forse l’istantanea del momento è quella, però dalle conversazioni che io ho avuto qui a Sanremo, i tempi stanno evidenziando la necessità per ognuno di noi, ad ogni livello, di partecipare alla vita civile di questo paese. Per ognuno di noi. Ed è innegabile che le cose siano cambiate negli ultimi anni. Certo, veniamo da una musica italiana utilizzata soprattutto per sottofondo e caratterizzata da una stagionalità, ma io credo che si sia anche un po’ interrotto questo ciclo, anche perché chi scrive le canzoni vive nel mondo in cui siamo calati tutti. Nel momento in cui tu ti poni questa domanda, tu sai già che c’è una risposta nella tua domanda, perché tu sei il primo, probabilmente anche per la tua sensibilità e la tua deformazione professionale, che è abituato a cercare oltre la superficie di quello che accade. La stessa cosa fanno gli autori, i compositori, gli scrittori, gli interpreti e naturalmente quando cambiano i paradigmi storici cambia anche la proposta di una canzone. Noi siamo calati nel tempo in cui è calato anche il resto dei cittadini di questo paese».

Cosa hai pensato dopo aver visto i voti della stampa dopo i preascolti?
«Ai preascolti ho preso una rovinosa media del 6.1 che è proprio brutto, non puoi dire se è andato bene o male, 6 è veramente terribile, quando ho letto che avevo preso la media del 6 mi sono detto: “No, media del 6 no”, come il 6 politico».

Quasi tutti hanno avuto un parere unanime sul tuo brano: un buon pezzo ma non spiazzante…
«Non era nelle mie intenzioni spiazzare, ma posso confessarti che non era nelle mie intenzioni spiazzare anche quando ho spiazzato. Poi è naturale che c’è un elemento di novità che non puoi inseguire all’infinito, ad un certo punto sicuramente devi concentrarti anche sul contenuto. Io ho cercato di concentrarmi sul contenuto, poi per me era importante trovare una forma che avesse un senso e per me la forma canzone dei tardi anni settanta/inizio anni ottanta era giustificata, perché è il momento in cui l’elettronica, la musica robotica, è entrata nel panorama. E quindi metaforicamente mi sembrava rappresentare molto più alla leggera il momento che stiamo affrontando con tutte le nuove tecnologie di produzione musicale. Da un punto di vista sonoro anch’io non la trovo spiazzante, la trovo nostalgica quasi come proposta».

Nel 2022 per la serata delle cover hai portato una splendida versione de La bambola di Patty Pravo…
«E quest’anno sono a Sanremo con Patty Pravo, immaginati la mia emozione…».

Quest’anno hai scelto Pupo, come mai?
«Non voglio annoiarti. Vuoi la storia lunga o la storia breve?».

Tu non annoi mai, ci mancherebbe.
«Non vorrei ribadire il colpo di scena della mia partecipazione perché poi sembra che uno voglia truffare l’ascoltatore e insinuare lo spettacolo anche in un’ovvietà. Ma non era ovvio che io venissi preso e quindi nel momento in cui sono stato preso, dato che era la terza volta che vado a Sanremo, sento di entrare nella mia stessa mitologia. A volte mi reputo veramente uno scarto della musica e in altri momenti mi dico “Tirati su perché sei andato tre volte a Sanremo, fai la cosa al massimo delle tue possibilità”. Prima avevo scelto di cantare una canzone, secondo me molto bella, che è anche un ricordo dei Sanremi che guardavo, ho fatto la richiesta per quell’artista, però ho scoperto che era già stato preso. A saperlo sarei partito prima anche io a fare le richieste».

Ma non possiamo dire qual era la tua prima scelta?
«Ma no, dai, è comunque un’altra artista che vedremo nel giorno delle cover. Allora ho detto: “Diamo uno sguardo nel futuro” e ho proposto un nome che è, secondo me, il nome dell’anno e mi piace molto. Mi piace molto la proposta che fa, perché mi piace molto il surrealismo. Però poi in una chat i miei musicisti mi hanno linkato un’intervista in cui diceva “Non andrei mai a fare la serata delle cover a Sanremo, neanche se mi pagassero delle cifre spropositate!”, che io tra l’altro non avevo neanche da offrire».

E questo potrebbe essere Tony Pitony…
«Al che ho detto: “Allora, se il passato e quello che io vedo come futuro della musica è andato così, perché non mi concentro sulla mia visione del presente?”. Allora ho presentato un’idea che è quella di unirsi nella musica per lanciare un messaggio comune, di comunione di intenti, di divisioni umane del momento in cui ci troviamo al netto di tutte le differenze, di cercare di non strumentalizzare la musica e di concentrarsi sul potere, non sulla forza conflittuale della musica, ma sul potere di unire, di unire le sensibilità anche se non capiamo la lingua del prossimo. E quindi ho proposto quest’idea, ma era difficile, non è stato immediato trovare un artista che accettasse alcuni passaggi della mia proposta. Così mi sono trovato in difficoltà, pensavo che non avrei trovato nessuno in tempo, ma Conti mi ha detto: “Mi è venuta in mente una persona che potrebbe essere interessata” e mi ha proposto Pupo, che ha accettato sulla fiducia, sul racconto del pezzo. Pupo ha cambiato idea un paio di volte quando l’ha sentito, però è un uomo di parola e ha accettato».

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