Coronavirus, Rossi (Giovani Industriali): «Scioperi irresponsabili. Non serve bloccare la produzione ma mettere in sicurezza» – L’intervista

«L’Italia rischia tutto: rischia di non essere più il Paese che è», afferma il presidente di Confindustria Giovani

Agitazione dei metalmeccanici al nord. Annunci di sciopero in tutta Italia. Paura. Malcontento. Chi lavora, in questa Italia sospesa e chiusa – almeno a metà – per epidemia, chiede garanzie. Perché il coronavirus fa paura.


È di nuovo binomio salute e sicurezza verso lavoro: lo stesso che da anni tiene banco in una città come Taranto, per esempio. Anche se oggi il dibattito pre-coronavirus sul destino dell’ex Ilva sembra distante anni luce.

Salute e lavoro ai tempi del coronavirus, si diceva. Un tema all’ordine del giorno di un primo incontro virtuale proprio oggi tra il governo e le parti sociali: una videoconferenza, stamane, da palazzo Chigi tra il premier Giuseppe Conte, la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, il ministro dell’Economia e delle Finanze Roberto Gualtieri, il titolare dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli e il ministro della Salute Roberto Speranza insieme alle parti sociali. Governo, sindacati e industriali intorno a un tavolo virtuale per discutere l’attuazione delle previsioni contenute nell’ultimo decreto del presidente del consiglio sui protocolli di sicurezza nelle fabbriche a tutela della salute dei lavoratori.

L’obiettivo è quello di linee guida definite ed efficaci per garantire tutela a tutti i lavoratori: l’incontro viene rimandato in serata – era previsto per le 19 ed è slittato alle 21 – per lavorare sui testi del protocollo per la sicurezza. Per Confindustria ha partecipato il presidente Vincenzo Boccia. «È stato un momento interlocutorio. E già il fatto che ci sia stato un incontro è qualcosa di positivo, perché in questi giorni abbiamo assistito a molte uscite pubbliche da parte di sindacati, politici e istituzioni», chiosa a Open Alessio Rossi, presidente dei Giovani Industriali.

Rossi, qual è il bilancio dell’incontro di oggi?

«C’è un interesse apparentemente contrapposto, ma che di fatto lo è. L’interesse comune è che il Paese vada avanti e superi questo momento nel migliore dei modi. La salute dei cittadini e dei lavoratori viene prima di tutto, ma questo non può prescindere dal prosieguo dell’attività economica: non possiamo pensare di spegnere l’Italia per poi riaccenderla. Non funziona così. Ci sono attività imprenditoriali complesse e difficili da sospendere e poi riavviare: e non si stratta solo dell’acciaieria o degli altiforni. Ci sono anche le aziende di costruzioni, quelle che hanno stabilimenti produttivi con macchinari e catene di montaggio: possono avere grandi difficoltà».

Qual è la proposta che avete portato al tavolo col governo?

«Come giovani imprenditori abbiamo già condiviso una sorta di protocollo, che poi di fatto è quello che il presidente Boccia ha presentato nell’incontro con Conte e i sindacati. Abbiamo deciso di lasciare la libertà agli imprenditori di decidere se continuare a lavorare o meno: chi continua l’attività e chi non può sospenderla, chiaramente, deve mettere tutto in sicurezza e sanificare siti industriali e uffici. Noi lo abbiamo già fatto: almeno un metro di distanza tra le scrivanie, sale mensa e ristorazione chiuse, divieto di assembramento e dispositivi di protezione individuale per i nostri collaboratori. Le stesse accortezze che si seguono per esempio alle poste, che non sono state chiuse ma usano accorgimenti per la sicurezza di lavoratori e clienti. Mi sembra buon senso e il modo per salvaguardare il Paese».

Un cantiere a Roma, 12 marzo 2020

Ma non tutte le aziende hanno messo in sicurezza i loro lavoratori.

«Ci sarà sempre chi non lo fa. Noi lo facciamo e diamo questo chiaro messaggio».

Confindustria Lombardia ha definito gli scioperi dei metalmeccanici “irresponsabili”. È d’accordo?

«Sono scioperi irresponsabili, sì: in un momento come questo c’è bisogno di unità. C’è bisogno di lavorare. In sicurezza ma c’è bisogno di lavorare: sono concetti che devono essere sposati da tutti quanti e su cui non possiamo dividerci. Lo vediamo nelle nostre aziende: i nostri collaboratori non hanno paura solo del virus ma anche del fatto che che le aziende chiudano e non riaprano più. C’è da tenere conto del costo esorbitante della eventuale cassa integrazione per tutti i lavoratori – che, non dimentichiamolo, viene pagata dalle aziende ma in questo momento sarebbe pagato dallo Stato: francamente non saprei nemmeno quantificarlo. E anche i lavoratori vedrebbero una diminuzione del loro reddito: la cassa integrazione corrisponderebbe al 40% dello stipendio, e questo metterebbe in difficoltà molte famiglie. E dopo la cassa integrazione c’è il licenziamento».

Il leader dell’opposizione Matteo Salvini ha parlato più volte di un rischio di guerre commerciali in Europa ai danni dell’Italia. Ha ragione?

«Chi vive di solo mercato domestico forse avrebbe meno problemi. Ma le nostre aziende che producono beni o servizi che si innestano in una catena del valore globale, se smettono (per uno, due mesi) di fornire quei beni, prodotti e servizi verranno sostituite sul mercato da altre aziende straniere. E perderanno posizioni guadagnate in anni. Magari riapriranno tra due mesi, ma per richiudere, perché non avrebbero più lavoro e commesse. E questo significa meno lavoratori e meno prodotto interno lordo. Noi non facciamo polemica, ma ne facciamo una questione di opportunità per tutto il Paese: rischiamo di perdere il nostro tessuto produttivo».

Francesca Re David, la leader nazionale dei metalmeccanici della Fiom-Cgil, parla di operai abbandonati a loro stessi nell’emergenza coronavirus. Come risponde?

«I lavoratori non sono protagonisti di serie b o dimenticati: non serve bloccare ma mettere in sicurezza. C’è chi può fare lo smart working e chi no. Chi deve rimanere in prima linea – e penso a qualsiasi attività di front office – deve avvenire in sicurezza. Un lavoratore non in sicurezza non può lavorare. Noi stiamo già facendo quello che il governo imporrà nelle prossime ore: sanificazioni, pulizie, mascherine a tutti i nostri dipendenti. Misuriamo la febbre ai lavoratori: alcuni sindacati se ne sono anche lamentati».

ANSA/Massimo Percossi | La segretaria della Fiom Francesca Re David arriva al Mise, Roma, 15 novembre 2019

Cosa chiedete al governo?

«Prima di tutto una comunicazione chiara, essenziale – magari togliendo qualche esternazione di troppo. E questo non vale solo per le voci italiane, sia chiaro: abbiamo visto i danni fatti dalle dichiarazioni a caso fatte dalla presidente della Bce Christine Lagarde. Chiediamo misure certe e immediatamente utilizzabili da tutte le aziende: in queste ore circolano voci, tetti di fatturati, ipotesi… Non è quello di cui abbiamo bisogno. Lo Stato deve garantire la liquidità delle aziende, e certezza di pagamenti per il pubblico – cosa che non c’è mai stata. Il sostegno della cassa integrazione anche per le aziende che non ne avrebbero diritto: penso al settore turistico o alle realtà più piccole. Alcune banche si sono mosse per sospendere la quota capitale di finanziamenti, mutui e prestiti in generale: è un segno che le aziende del credito stanno dando al tessuto economico italiano. L’esecutivo dovrebbe incentivare queste misure virtuose a supporto della liquidità e dell’abbattimento del costo del denaro: e questo dovrebbe incidere sulla Bce che ha promesso una ulteriore iniezione di liquidità per superare questo momento. Non serve nulla di trascendentale. E poi ma mi rendo conto che è un po’ più complesso…».

Cosa?

«Far ripartire gli investimenti: un piano forte, immediato e gestito da commissari. Un modello Genova, di cui pure ha parlato il governo, per tutte le opere sopra i 50 milioni. Così abbiamo la certezza che tutte le risorse stanziate vengano immediatamente immesse nell’economia. Oggi non ci possiamo permettere la burocrazia italiana: abbiamo bisogno di azioni rapide e veloci».

Che cosa rischia l’Italia?

«Rischia tutto: rischia di non essere più il Paese che è. Specialmente pensando al fatto che tra pochi giorni Francia, Spagna e Germania saranno nella nostra stessa situazione: significherà un aggravarsi della situazione. Ma questo ci fa anche capire che avremmo dovuto gestire da subito questa situazione a livello europeo. Avremmo avuto bisogno di una Europa più forte. Ora abbiamo un’Italia isolata: in Slovenia hanno messo i new jersey al confine. Al Brennero, senza bloccare le frontiere, hanno creato dei check point che hanno provocato a un certo punto quasi 80 km di coda scesi poi a 5. Non possiamo tollerarlo. Non possiamo tollerare che vengano richieste alle nostre merci verifiche che non si possono fare, solo perché in Italia l’epidemia è scoppiata prima che in altri Paesi».

EPA/Strephanie Lecocq | La presidente della commissione europea Ursula Von Der Leyen a Bruxelles, Belgio, 13 marzo 2020.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Layen ha parlato oggi di «ampio margine di manovra» per l’Italia, di massima flessibilità su aiuti di Stato e patto di stabilità. «Whatever is necessary», testualmente.

«Per fortuna ha corretto il tiro, ma per arrivarci si è dovuti passare da un messaggio di Sergio Mattarella, e per un presidente come lui è stato una esternazione molto forte. Non possiamo subire i danni di questa epidemia».

In copertina ANSA/Giuseppe Lami | Alessio Rossi, presidente dei Giovani Industriali di Confindustria, durante la conferenza stampa dopo la proclamazione della sua elezione, Roma 5 maggio 2017.

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